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Luca Giuoco e Antonio Tonietti si sperimentano

Nelle viscere della psiche il dualismo è sempre presente e si manifesta nel folclore con il nome di doppelganger, il sosia in carne ed ossa ma anche la nostra copia spettrale.
Due artisti in sintonia, Antonio Tonietti e Luca Giuoco, entrambi autori, musicisti e illustratori, discutono dei loro progetti ponendo ciascuno una domanda ed ascoltando la relativa risposta.
Le esperienze e gli obiettivi si sovrappongono in un dialogo che non teme di lambire anche tematiche ultraterrene fino a che i contorni individuali iniziano a sfumare.
E la nostra controparte diviene l’immagine dentro cui ci specchiamo, il nostro doppelganger.

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LUCA: Parlaci del progetto S.T.A.B., come è nato e quali finalità si propone.
ANTONIO: S.T.A.B. è una collaborazione nata da una amicizia. Io e Stefano Bertoli ci siamo conosciuti grazie ai social ed avremmo dovuto collaborare suonando insieme in alcuni contesti anche internazionali, ma come immagini purtroppo è saltato tutto. Abbiamo allora incominciato a mandarci materiale, cose del tipo: “Senti oggi ho fatto questo drone, che ne pensi?”…la risposta immancabilmente era “ti dispiace se ci provo a suonare qualcosa sopra?” E così è nata l’idea del disco insieme.
Ad unirci non è solo la passione per certi tipi di musica: condividiamo anche letture, amore per l’Oriente, spiritualità e manga. Quest’estate mi ha chiamato per dirmi se avevo intenzione di concretizzare il tutto facendo un disco insieme. Come a volte mi accade sono stato invaso da un improvviso flusso creativo e nell’arco di mezza giornata ho realizzato il disegno per il probabile artwork, ideato il nome S.T.A.B. (che nasce dalla unione delle iniziali dei nostri nomi), e dato il titolo all’album. Naturalmente ho sottoposto tutto a Stefano che ha approvato senza remore alcuna e rilanciato chiedendomi di coinvolgere un amico comune, il poeta Giancarlo Fattori. È nato così Apokatastasys, un brano che già è stato utilizzato in un progetto audiovisivo, che vanta un testo magnifico: la poesia che Giancarlo ci ha voluto donare.
S.T.A.B. rimanda già dal nome al concetto di ritualità; l’uso di strumenti non convenzionali, per la maggior parte autocostruiti, unita a quello di synth analogici deve auspicabilmente condurre l’ascoltatore in uno stato di coscienza alterato, o per lo meno stabilire le coordinate di un viaggio che poi sta all’individuo scegliere se intraprendere o meno.

LUCA: Nella tua produzione artistica (musicale e grafica) si colgono spesso riferimenti mistico-religiosi.
In una società sempre più divisa tra fanatismo e miscredenza quanto spazio può ancora trovare nell’arte l’esperienza metafisica?
ANTONIO: Questa volta lascio parlare Florenskij, che ha usato parole migliori di quelle che potrei proferire io per esprimere il concetto che mi ha sempre spinto in questa direzione:
“Così nella creazione artistica l’anima è sollevata dal mondo terreno ed entra nel mondo celeste. Lì […]tocca gli eterni noumeni delle cose e, impregnata, carica di conoscenza, ritorna al mondo terreno[…] dove[…]il suo acquisto spirituale è investito di immagini simboliche […]che fissandosi[…]formano l’opera d’arte.” Ho tagliato un po’ per rendere il passo più comprensibile.
In altre parole per quanto riguarda il mio personale percorso tutto quello che vive in un altro piano dell’esistenza è linfa vitale per la mia produzione; sono assolutamente incapace di creare “a comando”, per questo spesso ho tempi lunghissimi (ne sa qualcosa il povero Stefano).
Per usare la definizione di Girolamo De Simone certe “musiche sottili” possono nascere solo in questo contesto.
Per gli stessi motivi sono lontano dagli estremismi a cui fai cenno tu. Nonostante abbia una solida formazione scientifica percepisco l’esistenza di una intelligenza superiore, un Primo Motore se vogliamo, che non è sondabile con i nostri sensi, estremamente limitati a ben vedere.

LUCA: Puoi parlarci della tua formazione musicale, gli artisti (non necessariamente in ambito musicale) che ritieni abbiano maggiormente influenzato il tuo lavoro e quelli che segui al momento?
ANTONIO: Temo che la mia risposta a questa domanda possa cambiare almeno ogni cinque minuti! Musicalmente posso dirti di ammirare Cage, Harry Partch, Scelsi, geni enormi che si sono sempre mossi ai margini dell’Accademia, anzi da questa detestati e criticati aspramente. Le ragioni del mio amore sconfinato sono sotto gli occhi di tutti: avevano una forte componente spirituale ed usavano gli strumenti in maniera non convenzionale, cercavano timbri, scale, intervalli….e se non li trovavano costruivano strumenti ad hoc. Spesso però mie fonti di ispirazione sono altri artisti, non propriamente musicali, come Duchamp e Rothko. Anche in loro trovo sempre gli stessi motivi di interesse: usi non convenzionali dei materiali, object trouvé, aneliti spirituali. Al momento non seguo molto progetti nuovi, se non quelli di amici che ascolto sempre con piacere. Ho così tanto da recuperare che per me è impossibile seguire le nuove tendenze.

LUCA: Parlaci del progetto Tavola Armonica e di come si intersechino la costruzione materiale degli strumenti e la produzione musicale.
ANTONIO: La Tavola Armonica è nata per un progetto ben preciso: un lavoro teatrale nato dalla combinazione stocastica di materiali poetici elaborati dal pittore Carlo Vincenti, una altra mia ossessione.
Il regista, Alfonso Prota, mi ha chiamato per discutere dell’ambito musicale in cui mi
sarei dovuto muovere. Il caso ha voluto che mi trovassi a Cremona sotto la statua di Stradivari: un’altra “illuminazione”. Ho pensato che la musica che avevo in testa avesse bisogno di uno strumento che non era ancora stato realizzato ed ho deciso di costruirlo. Il resto è stato solo questione di tempo e reperimento di materiali: per quanto possibile ho usato oggetti di recupero che hanno implicato lunghe passeggiate e frequentazione di mercatini, solo l’amplificazione ha previsto l’impiego di elementi prettamente liuteristici. Una volta realizzato lo strumento ho dovuto “comprenderlo”, imparare ad usarlo, e così sono nate prima la colonna sonora dello spettacolo “/C” e poi il lavoro “improvvisi per tavola armonica”.
È chiaro che pur essendo uno strumento versatilissimo la Tavola Armonica ha anche dei limiti ed è nata la esigenza di una sua controparte elettrica che permettesse un uso più agevole di effetti e soprattutto un numero superiore di suoni convenzionali; per questo ho deciso di realizzare lo SMU (ecco che tornano i cartoni animati! La sigla sta per Super Mega Ukelin, un chiaro riferimento ai Minions).
Le opere che realizzo per forza di cose influenzano anche la mia produzione musicale: difficilmente vedrei nascere una canzone pop su strumenti simili.

LUCA: Personalmente ritengo che la collaborazione con altri artisti sia la strada da percorrere per permettere il libero scambio di idee e intuizioni. Condividi questa affermazione?
ANTONIO: In parte sono d’accordo con te: sono spesso ricercato per collaborazioni e generalmente mi getto con entusiasmo in nuovi progetti. Non c’è nulla di più stimolante di un altro artista che condivide a grandi linee il tuo modo di sentire ed allo stesso tempo arriva là dove tu magari non andresti (tutti abbiamo una comfort zone che difficilmente abbandoniamo). Ma d’altro canto ho grosse difficoltà a non esercitare un controllo totale su quello che produco, ho brutte esperienze al riguardo e per questo ho una ritrosia quasi patologica a lasciarmi andare. Devo potermi fidare,
quindi la stima reciproca è fondamentale prima di scegliere se dire sì o meno ad una collaborazione.
Devo inoltre confessare di essere permaloso e di avere quello che si dice un “brutto carattere”. Tendo ad essere particolarmente schietto il che non favorisce certo le mie interazioni sociali.

LUCA: Ritieni ci sia qualcosa di più oltre questa esistenza terrena?
ANTONIO: Da quanto ho detto anche prima non posso che risponderti in maniera affermativa.
Credo che ci muoviamo su piani paralleli di esistenza, che tutto non si concluda con la morte che non è altro che un passaggio. Ho esperienza di transizioni involontarie fra questi mondi contigui, ma non ne parlo volentieri. Siamo energia pura che temporaneamente prende la forma di un corpo così come lo conosciamo, che vive esperienze ed ad un certo punto si disincarna. Ma di certo non cessa di esistere.

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antonio tonietti

 

ANTONIO: Le number station, i messaggi dallo spazio captati da radioamatori, le tappe di una mente che affonda nella follia: alla base dei tuoi lavori, veri e propri concept album, c’è sempre una idea di fondo. Da cosa nasce questa esigenza? Hai bisogno di una gabbia entro cui muoverti per evitare la dispersione delle idee?
LUCA: L’idea di strutturare gli album in modo concettuale è certamente legato al mio passato, un tributo a quando da adolescente scoprii il progressive rock e ne rimasi affascinato. D’altro canto devo riconoscere che un’intelaiatura narrativa e concettuale può essere vista come un limite alla creatività ma almeno per il momento mi aiuta a incapsulare un’immagine che corrisponde ad uno specifico stato d’animo, analizzandone le molteplici sfumature e rendendo così l’opera musicale densa e coesa.
Ad esempio i primi due albums (L’Oracolo di berlino e Utòpia-Entròpia) sono strettamente connessi sia da un punto di vista di collocazione temporale della narrazione (l’epoca della guerra fredda) sia nell’allestimento di rappresentazioni metaforiche al punto da poter essere considerati come un’opera unica. L’Oracolo di Berlino parla di solitudine e di incomunicabilità. L’utilizzo del frammento di una number-station continuamente reiterato e stravolto serve solo a sottolineare questo concetto oltre a creare una certa atmosfera noir.
Utòpia-Entròpia è la metafora della perdita della speranza: Ludmilla, la fantomatica astronauta mai riconosciuta dall’URSS morta nel rogo della sua capsula spaziale rappresenta tutti i nostri ideali, le nostre speranze e utopie che vengono consumate dal fuoco dell’ineluttabilità (rappresentata dalla legge di entropia).

ANTONIO: Parlaci un po’ del tuo ultimo lavoro “Double spectral image”. Da dove viene il titolo?
LUCA: La doppia immagine spettrale a cui fa riferimento il titolo è un modo diverso di riferirsi al fenomeno del doppelganger, non solo inteso come mero sosia fisico ma soprattutto come entità invisibile e indistinta annidata nel nostro subconscio, la cui ombra è percepibile solo nella visione periferica dell’occhio, negli specchi, nei déjà-vu. Il leit motiv del disco è il classico tema del doppio, rappresentato come un ulteriore copia di se stessi (il doppelganger appunto) che gradualmente prende il nostro posto, succhiandoci uno ad uno i ricordi. È la rappresentazione artistica di un disturbo mentale. Non è un testo di medicina pertanto le varie patologie non sono trattate in modo sistematico ma nei titoli, nelle atmosfere e anche nella grafica del disco si possono cogliere i riferimenti alla sindrome bipolare, alla schizofrenia,
alle manie ossessivo-compulsive.

ANTONIO: Come nasce un tuo disco? Sperimenti prima qualche suono e poi vengono le idee compositive o adatti i suoni al concept che hai scelto?
LUCA: I concetti alla base dei miei lavori provengono da idee nella mia testa da anni che elaboro continuamente tentando di arrivare a rappresentarle esattamente come le immagino. Da ragazzo non avendo altri mezzi le fissavo su carta in forma di poesie o disegni anche se già da adolescente iniziai a sperimentare con i sintetizzatori. Al momento il mio metodo compositivo si compone di tre fasi: la prima è propriamente aleatoria, liberatoria, anarchica: lunghe improvvisazioni alla drum-machine (nello specifico l’emulatore di un Eko Computerhytm) in cui combino catene di effetti e accumulatori di ritardo, pochi e selezionati sintetizzatori e molto field-recording.
È la fase più sperimentativa ma anche incredibilmente divertente. Salvo tutto il materiale in formato audio, nessun progetto MIDI, nessuna automazione, nessuna possibilità di ripetere l’esperienza. In sostanza è l’equivalente digitale della registrazione su nastro. Si potrebbe discutere a lungo sull’incoerenza di avere un approccio così anacronistico in un ambiente digitale: posso solo dire che a mio parere le infinite possibilità di controllo delle DAW sono per me un ostacolo alla creatività.
La seconda fase consiste nel dare un senso a tutto il materiale: qui entra in gioco l’idea alla base del disco che mi obbliga a rimodellare il materiale audio seguendo una precisa logica strutturale/concettuale; seleziono le atmosfere adatte, intervengo con cutter e nastro (virtuali), sottraendo e sovrapponendo, in un continuo gioco di simmetrie/asimmetrie, dando così forma a composizioni vere e proprie. L’ultima fase è il mix vero e proprio.

ANTONIO: Pensi di ispirarti quando lavori a qualche musicista in particolare, segui un genere, oppure i tuoi riferimenti sono esterni al mondo della musica?
LUCA: Naturalmente siamo tutti debitori nel mondo dell’arte: ho avuto i miei eroi (musicisti, compositori, poeti, pittori), in alcuni semplicemente non mi ritrovo più, altri mi hanno deluso. Da ragazzo ascoltavo prog rock ma anche molta musica sinfonica e cameristica, avanguardie, etnica.
Ho sempre cercato di avere una visione omnicomprensiva preferendo esperienze e progetti in cui confluiscono più forme d’arte. Al momento navigo placidamente attraversando i vari stili musicali con la consapevolezza di non dover più prendere posizione rispetto ad un genere ma valutando di volta in volta l’originalità del progetto e la genuinità dell’artista. Ho un occhio di riguardo per la scena sperimentale italiana perchè ritengo sia molto ricca e variegata eppure ancora troppo poco valorizzata. Da un punto di vista contenutistico traggo ispirazione dal mio interesse per la storia, la mitologia e le religioni, le scienze fisiche e metafisiche.

ANTONIO: Se dovessi fare una classifica dei tuoi interessi, se dovessi catalogare il Luca artista, lo consideresti più un musicista o un artista visivo? O queste sono solo due facce di una stessa unità inscindibile che ha solo bisogno di esprimersi?
LUCA: Ritengo che le varie espressioni artistiche siano solo mezzi per dare voce all’esigenza di lasciare una traccia nel nostro passaggio in questa esistenza fisica. Io sono tutto ciò che ho realizzato e prodotto fino ad ora eppure niente di ciò che faccio sembra ancora bastarmi. Se dovessi rifugiarmi dentro una grotta per sfuggire all’apocalisse avrei solo la luce di una torcia e una parete di pietra su cui imprimere le mie idee: tornerei a scolpire graffiti come I nostri antenati. In effetti sia i miei lavori grafici sia la mia musica hanno qualcosa di preistorico, di primordiale.

ANTONIO: Cosa bolle in pentola? C’è un nuovo concept dietro l’angolo?
LUCA: Double Spectral Image è stato chiuso nei primissimi mesi del 2020 ma a causa dell’emergenza sanitaria l’uscita è stata posticipata a novembre dello scorso anno. Pertanto ho avuto parecchio tempo per comporre materiale nuovo: purtroppo ho la scomoda abitudine di lavorare su più dischi contemporaneamente (e piuttosto diversi tra loro, aggiungo) così risulta sempre molto difficile dover scegliere quale pubblicare.
E in effetti sì, sono tutti concept-albums.

Approfondiamo un po’:
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