L’uomo con i giornali sotto il braccio

L’uomo con i giornali sotto il braccio

L’umanità segreta delle piccole città emerge nei pomeriggi festivi d’autunno.

I marciapiedi, di solito vuoti, sono percorsi da persone che in un giorno normale non uscirebbero proprio; o forse saremmo noi a non notarle, ripiegati sui nostri auricolari.

L’uomo con i giornali sotto il braccio è comparso in un pomeriggio di novembre.
Mi sono resa conto di averlo visto altre decine di volte, ma anch’io ero ripiegata e camminavo veloce come al solito, neanche dovesse partire il mio treno immaginario il cui conducente è il mostriciattolo che porto da anni appollaiato sulla mia spalla, a sua volta provvisto di orologio gigante che mi ricorda ogni secondo lo scorrere spietato del tempo.
Prova a dirglielo, che secondo una teoria fisica il tempo è una grandezza che potrebbe non esistere.

È pur vero che, secondo un’altra teoria, il tempo è relativo e si muove su uno spazio curvo, non lineare.

In quel pomeriggio, ero in macchina su una strada deserta del mio quartiere.
L’uomo con i giornali sotto il braccio camminava sul marciapiede come avrei fatto io: cercava di raggiungere il mio stesso treno.
Il suo sguardo, incorniciato da occhiali la cui montatura apparteneva a un modello non più in circolazione da almeno trentacinque anni, era tutto compreso nello sforzo di arrivare in un posto che solo lui sapeva.
Gli occhi sembravano posticci, incollati sulle lenti, come quelli che a Carnevale si trovano sugli occhiali-giocattolo.
Sicuramente, gli occhiali li portava fin da piccolo.
Sembrava in effetti un grosso bambino. Una di quelle persone delle quali si intuiscono i tratti che possono aver avuto nell’infanzia, ma allo stesso tempo non si riesce ad immaginare se un’infanzia l’abbiano avuta.

L’uomo con i giornali sotto il braccio indossava un impermeabile grigiastro, della stessa presunta età degli occhiali.
L’impermeabile ne copriva la figura tozza e quadrata e più che indossato sembrava frettolosamente appoggiato.
Dall’impermeabile spuntavano due gambette curiosamente smagrite; un accenno pallido di polpaccio spuntava dai calzini di spugna tirati su troppo accuratamente per non far pensare che fossero troppo corti per proteggergli le gambe dall’umidità pomeridiana.
Le scarpe, infine, risalenti alla stessa epoca di occhiali e impermeabile, erano mocassini di colore indefinibile e si poteva pensare che fossero stati indossati a caso.

L’uomo con i giornali sotto il braccio mi ha fatto pensare a una stella collassata su sé stessa, ma ancora visibile a centinaia di anni luce di distanza: dalla carreggiata (la Terra) guardavo lui sul marciapiede (il cielo), con il suo guardaroba congelato nel tempo, i suoi radi, improbabili capelli e il suo fascio di giornali ingialliti, e mi sono chiesta se in realtà non fosse già sparito anni e anni prima, comprimendosi e lasciando un gigantesco buco nero.

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