Teoria del gender? Qualcuno ci spieghi
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Teoria del gender? Qualcuno ci spieghi

Con imbarazzante ritardo sui tiggì vorremmo fare due chiacchiere sulla fantomatica “teoria del gender”.
Se ne parla da venti o trenta anni, ma solo negli ultimi ha creato non pochi imbarazzi nelle nostre fallibili menti.

Da ignoranti in materia siamo andati a leggere le prime cose trovate in rete, così da uniformarci alla stragrande maggioranza della popolazione che non approfondisce e quindi, con tutta probabilità si costruisce una visione approssimativa, se non distorta, della situazione.

Veniamo quindi a scoprire che il neologismo “Teoria del gender” nasce in ambito cattolico, (si dice ci abbia pensato Dale O’Leary, attivista cattolica appartenente all’Opus Dei) in anteposizione agli studi di genere, per costruire un’opinione che miri a distruggere il concetto di famiglia “tradizionale”.

Da quello che sapevamo finora ogni persona, sin dal giorno che viene al mondo, viene registrato all’anagrafe con un nome proprio di persona, maschile o femminile, in base agli “attributi” che emergono sin dalle ecografie precedenti. È una questione genetica, una questione di natura, campi in merito ai quali per fortuna ancora poco possiamo.

Poi i tempi cambiano, comincia ad affievolirsi il politically correct, l’influenza della chiesa, così si fanno largo i movimenti di emancipazione, le femministe, i democratici, gli ambientalisti, psicologi, elettrauti e giardinieri che fanno notare al mondo che esistono altri generi oltre i due già conosciuti (nel 1993  la biologa Anne Fausto-Sterling dichiara l’esistenza di 5 sessi: maschio, femmina, herm, merm, ferm). E pure fino a qui, la discussione non ha ancora modo di esistere.

Poi l’ecografato cresce, sviluppa senso critico e così, dall’interazione tra la comunità e l’individuo o per un semplice percorso ormonale, può scegliere in autonomia la propria propensione sessuale che non necessariamente deve rispecchiare quella “tradizionale”.  E pure fino a qui, la discussione non ha ancora modo di esistere.

Ovviamente i letterati cattolici, senza scomodare Voltaire,  non tardano a intervenire sulla questione, entrandone nel merito (è un loro diritto) e denunciando la pericolosità di tale supposta teoria,  affermando che l’ideologia gender «svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina». Papa Francesco aggiunge «Non si deve ignorare che sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender) si possono distinguere, ma non separare».

In contrapposizione quasi tutte le associazioni di psicologi  sottolineano l’inconsistenza scientifica del concetto di “ideologia del gender”, esistono invece campagne mediatiche che ricondurrebbero alla teoria del complotto.

Lo “scandalo” è iniziato però quando sono state fatte proposte per inserire nei programmi scolastici l’educazione sessuale e progetti didattico‐formativi con contenuti riguardanti il genere e l’orientamento sessuale. La buona fede ci induce a immaginare che tale didattica vorrebbe in primis educare i minori alla sessualità, cosa sicuramente utile, e indirizzare i ragazzi alla tolleranza verso ogni genere in prospettiva di ridurre magari atti di bullismo e intolleranza verso quegli orientamenti che escono dal tradizionale.

Questa iniziativa è stata presa dalle famiglie conservatrici, spinte anche da distorti media conservatori, come spunto per di-mostrare le proprie preoccupazioni ed ansie sulla crescita equilibrata dei propri pargoli, arrivando a sostenere che tale iniziativa potrebbe instillare dubbi sulla sessualità dei piccoli, magari facendoli diventare tutti omosessuali.

Senza dubbio, come la chiesa ha diritto di esprimere la sua posizione, anche i genitori possono esprimere la propria. Non tutto può star bene a tutti, no?

Vi starete chiedendo, ok, ma perché allora quella domanda nel titolo? Torniamo un passo indietro.

La più esatta definizione di identità di genere attribuibile allo psicoanalista Robert Stoller (al posto di “teoria”) va ad indicare proprio il genere in cui una persona si identifica, ma siccome si spera che questa definizione sia ormai appurata al punto di non fare più notizia, si è sentita la necessità di inventare questa nuova Teoria di Genere per rimettere sul tavolo della discussione una questione che a qualcuno appariva scomoda.

A qualcuno è sembrata una gratuita provocazione delle associazioni LGBT che devono giustificare la loro esistenza, altri hanno creduto che fosse invece la Chiesa a scoperchiare nuovamente il vaso di Pandora, preoccupata per il calo di matrimoni o semplicemente per ostacolare il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali, transgender e intersex (LGBTI).

Qui, a nostro umile avviso, nasce proprio la questione: cercare di capire e discutere circa la differenza tra il termine diritti e il termine dignità di una fascia di persone. Ovviamente niente da obiettare sul termine dignità, che dovrebbe di diritto far parte della normale convivenza tra esseri umani. Poi però a confondere un po’ il dibattito ci pensano queste associazioni, tirando in ballo la parola diritti. Non entriamo nel merito del diritto al matrimonio dove ognuno può dire la sua e che differisce da cultura a cultura. In questo caso è compito dello stato onorare o meno questo diritto e l’Italia sembra aver iniziato un percorso, fare le sue scelte e riconoscere alcuni diritti civili. (Per pura curiosità ricordiamo che: “Il termine deriva dal latino matrimonium, unione di due parole latine, mater, madre, genitrice e munus, compito, dovere; il matrimonium era, nel diritto romano, un “compito della madre”, intendendosi il matrimonio come un legame che rendeva legittimi i figli nati dall’unione” – Wikipedia).

Poi però arrivano posizioni che esulano dal principio del diritto. Quello che ci sembra obsoleto e controproducente è invece l’accanimento a sottolineare le differenze, le peculiarità di queste categorie, che di fatto contribuisce ad una continua auto-ghettizzazione. Ci piacerebbe capire se queste continue manifestazioni come Gay Pride, Family Gay e quant’altro siano ancora necessarie o servano solo per far scattare automatismi inversi (vedi il family Day che altrimenti non sarebbe mai esistito). Per carità, ognuno, gay o etero, ha il diritto di festeggiare qualsiasi cosa, ormai le giornate di questo e quell’altro non si contano più, ma ci piacerebbe che tutto fosse riportato su toni più moderni, attutendo invece di enfatizzare queste differenze, che altrimenti resteranno tali per chissà quanto tempo, rendendo di fatto un ossimoro la locuzione lotta per l’uguaglianza.

Se qualcuno di qualche frangia estremista compie attentati alla dignità di un individuo che rientra nelle categoria LGBTI nulla ha che fare con i diritti della categoria, ma con i diritti di tutti gli esseri umani alla sicurezza ed incolumità personale. Ha semplicemente a che fare con l’educazione, che è universale, perché la mancanza di educazione si ripercuote sulla società tutta, non solo sugli omosessuali, quindi ci sembra incompleto attuare percorsi didattici contro la discriminazione “di genere”. Troviamo decisamente più formativa la reintroduzione come materia vera e propria di studi la rimpianta Educazione Civica materia curricolare dal 2008 divenuta solo consigliata dalla riforma Gelmini.

Buttiamo là una provocazione: 50 anni fa il bullismo a scapito dei “diversi” che oggi fa’ tanto trend topic sembrava essere un problema minore (o forse i media ne parlavano semplicemente di meno). Era forse arginato dalla severa disciplina scolastica e genitoriale o dal fatto che gli omosessuali, anche se in numero probabilmente inferiore, non esibivano tutta questa “lotta” alla tanto sperata uguaglianza tramite quarantacinquemila associazioni e manifestazioni di genere?

Battute a parte, il fenomeno è indiscutibilmente da porre all’attenzione sia delle amministrazioni, sia delle scuole e dei genitori, poiché la mancanza di educazione e senso critico genera quei populismi che fanno degenerare la civiltà di una determinata società, e nel 2017 ci troviamo ancora a parlare di discriminazioni.
Crediamo anche che se domani lo Stato assicurasse nove milioni di diritti in più non cesserebbero di punto in bianco anche gli atti discriminatori….

P.s. Il nostro discorso è sicuramente incompleto e frutto di fallibili e italiane (leggasi bigotte) menti, non vuole essere una verità e speriamo sia solo la base di partenza di una assennata discussione.

 

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