Di luce, di fori, di corpi.

Di luce, di fori, di corpi.

Nel 1975 con Profondo Rosso Dario Argento firma, a quattro mani con lo sceneggiatore Bernardino Zapponi, probabilmente il suo capolavoro, ribaltando completamente gli assunti del thriller e mostrandoci l’assassino già nella prima scena. Lo spettatore sa di averlo visto, ma non lo ricorda.
In un gioco perverso con la fallibilità della persistenza retinica, base stessa del fare cinema, ci mostra giochi di specchi continui che confondono la percezione spaziotemporale di chi guarda.
Il titolo stesso della pellicola nasconde questa chiave interpretativa: profondo rosso è stato il primo nome dato dal fisiologo Franz Christian Boll alla rodopsina, la proteina fotosensibile responsabile della visione, e le cui caratteristiche hanno fatto nascere l’ipotesi della persistenza retinica. Dagli studi di Boll prese spunto un altro fisiologo, Wilhelm Kühne, per ipotizzare prima, e mettere in pratica poi la possibilità di utilizzare l’occhio come camera fotografica e la rodopsina presente sulla retina come emulsione ed ottenere i cosiddetti optogrammi. In altre parole: la via biologica alla fotografia.

Gli esperimenti del Kühne effettuati su conigli i cui bulbi oculari venivano opportunamente sezionati e fissati in allume, si dimostrarono però infruttuosi una volta trasportati su cavie umane.
Nel 1880 il fotografo e flagellomane Adolf Schoff , condannato a morte per l’omicidio di una ragazza italiana, donò il suo corpo, nella fattispecie dei suoi bulbi oculari, alla scienza nella speranza di passare alla storia come prima macchina fotografica umana. Purtroppo per lui, nonostante l’impegno profuso dal Kühne, l’impresa non riuscì. Ulteriori esperimenti vennero scoraggiati dai risultati risibili ottenuti, imputati alla costituzione stessa del bulbo oculare umano che offre una superficie sensibile molto ristretta.

stenopeicoMa la fantasia umana non si è fermata a questo solo introitus (tecnicamente ‘via di accesso ad una cavità interna al corpo umano’) ed altri spazi sono stati esplorati per indagare, col senno di poi, tutte le possibili implicazioni fra corpi e macchine nel più ampio senso possibile.
Con un salto temporale non indifferente bisognerà aspettare le avanguardie per avere una nuova concezione del corpo che diviene a volte solo l’oggetto osservato, altre la camera che osserva, spesso entrambi. Naturalmente si dovrà rinunciare alla fotografia biologica in senso stretto e ricorrere all’emulsione ai sali di argento. Il corpo diverrà macchina con l’ausilio di macchine in una fusione cronemberghiana, rinunciando ad essere cavità in favore dell’alcova, un grembo accogliente e spiazzante.
Questa rivoluzione passerà perlopiù per un buco strettisimo, di frazioni di millimetro, riportando la fotografia alle sue origini, alla camera obscura di Leonardo; o meglio alla sua versione in scala ridotta: la camera stenopeica.
All’atto pratico la stenoscopia è la fotografia portata alla sua essenza. Niente altro che un contenitore a tenuta stagna forato opportunamente che accoglie un materiale fotosensibile.

Il più grande esploratore di ogni possibile declinazione di questo schema base è Paolo Gioli. Qualsiasi cosa in grado di imprigionare la luce è adatta allo scopo di esplorare il “crudele spazio stenopeico”. Le sue macchine sono state crackers, grattugie, il pugno della sua mano, o addirittura i bottoni automatici (con cui realizzò le sue note spiraculografie).

paolo gioli

Il corpo in Gioli è dunque agente (il pugno che fotografa) ed agito (le parti esposte ed osservate).
“espongo il corpo prima di averlo compreso” dice Gioli, “il partner forato lo eccita con un punto luminoso che viene scambiato per la bocca, bensì antro o triangolo di taglio ben disegnato”.
Ed ancora: “A questo punto i raggi si piegano su se stessi, si crea uno stato morboso e un gran andirivieni dall’obscura all’orifizio, al gelatinoso piano”. Un amplesso che si consuma da anni nella provincia rovigana, lontana dai clamori cittadini, ed il corpo ritratto è solo un oggetto, natura morta come tante. Torsi, visi, genitali sono sempre gli stessi e sempre diversi perché a Gioli non interessa il soggetto, ma come questo viene analizzato dall’emulsione che lui stesso stende. La materia sarà sempre la stessa, ma sempre diversa con le sue imperfezioni, i suoi grumi, i suoi vuoti, e ci restituirà un simulacro sempre nuovo. E la stenopeica è il modo migliore per scrutare questi oggetti (soggetti?) perché immediato, nel senso stretto di non mediato da nessuna lente che deforma l’immagine, non c’è nessuna ottica che comprime o allarga lo spazio, e non c’è nessuna ansia del mettere a fuoco. Tutto è restituito per quello che è.

“La fotografia stenopeica crea le condizioni (lunghi tempi di esposizione) per un ascolto prolungato del mondo circostante stimolando un nostro lento ma efficace passaggio dal guardare al vedere. […] l’attenzione verso gli altri e verso i luoghi non può essere mai frettolosa, non può stare tutta in un clic predatorio. La via della lentezza ci guida verso l’interno, ci rivela una visione più introspettiva, mistica, ascetica, più imponderabile, […]tecnologicamente inconscia, di cosciente incertezza e di attesa”. Così si esprime l’anconetano Vincenzo Marzocchini, in arte MarVin.

marvinGuidato dalla lezione brandtiana in cui il corpo viene deformato con obiettivi grandangolari posti vicinissimi ai corpi della modella, MarVin utilizza la camera stenopeica per le sue esplorazioni.
La scelta ricade spesso sulla pellicola infrarossa, nella ricerca quasi spasmodica di un “essenziale invisibile” che ci restituisce congelato su piani gelatinosi in un bianco e nero dai rapporti mutati.
Il corpo delle modelle è paesaggio immerso nel paesaggio. Quello che le circonda può essere indifferentemente terra, erba o acqua: lo sguardo attento e paziente dell’artista si posa su quelle che divengono valli, si insinua lungo i botri che segnano confini fra i piani di carne, e si lascia condurre dalle gore che portano ad anfratti conosciuti eppure alieni. Padule di corpi in deriva. Nessun rapporto con l’oggetto della ricognizione, nessuna empatia richiesta. Non ci sono affinità a cui tendere fra artista e modella. Solo la professionalità di un corpo offerto allo sguardo cartografico di un esploratore. La carta che vince sul territorio per dirla con Houellebecq.

L’eclettico Vincenzo Cianciullo, in arte Vinsart, porta il discorso dell’analogia fra foro stenopeico e introitus vaginale alle sue estreme conseguenze, concependo quella da lui stesso chiamata pussy-pinhole. In altre parole un cubetto forato di circa 3 cm di lato accoglie una pellicola 35 mm, andando a costituire una rudimentale per quanto efficace macchina stenopeica; il tutto con l’ausilio di un profilattico viene inserito dalla modella stessa nella vagina.
Vincenzo Cianciullo

“Se vogliamo le parole chiave fulcro di tutto il processo mentale che mi ha portato a questo paragone tra il ventre materno e la macchina fotografica sono state dare alla luce”.
Non a caso una delle immagini chiave della serie realizzata con la pussy-pinhole è un dichiarato omaggio al Courbet de “L’origine du monde”.

Vincenzo Cianciullo

È la modella stessa, supervisionata dall’autore ad agire sulla macchina ed i tempi di scatto, usando la mano come otturatore. L’atto della creazione che si sovrappone a quello masturbatorio, in un cortocircuito di significati. Il fotografo diviene demiurgo e maieuta, il primo osservatore di un corpo che guarda se stesso riflesso in uno specchio. Un corpo che accoglie la luce immediata (nel senso di non mediata) costretta nello strettoio di un foramen quasi invisibile. L’immagine come seduta psicanalitica dove si rivive il momento in cui si “viene alla luce”. È il corpo-macchina e corpo-madre, penetrato da sparuti raggi, che restituisce in una grammatica di sali d’argento l’atto della nascita.
Ricognizioni anatomiche simili sono state fatte sia antecedentemente, come quelle orali di Justin Quinnell a cui lo stesso Vinsart ammette candidamente di essersi ispirato, che posteriormente da artiste d’oltre oceano come Dani Lessnau, che afferma di aver colto attimi di intimità coi suoi amanti direttamente dalla sua vagina.
Una analisi interessante, ma autolimitante per sua stessa natura. A conti fatti solo un altro pertugio pare inesplorato,forse per pietosa autocensura degli autori stessi. A meno di inaspettati sviluppi da parte di epigoni mapplethorpiani in campo stenopeico la ricerca pare concludersi qui.


Riferimenti:
Storia della fotografia pornografica – Ando Gilardi, Mondadori Bruno, 2002.
Gran positivo nel crudele spazio stenopeico – Paolo Gioli, Alinari, 1991.
Camera obscura. La lentezza dell’istantanea -Vincenzo Marzocchini, Marco Mandrici, Lanterna Magica, 2011.

http://www.paologioli.it
http://www.vincenzomarzocchini.it/biografia
http://www.vinsart.it

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