La Treviso Industrial di Sissy Biasin

Ho una valigia piena di vecchie foto, dove ogni tanto ficco il naso per vedere chi ero.

Tante sono ingiallite, altre hanno i colori sbiaditi. Altre sono seppia e riportano sul retro scritte eleganti in una grafia ormai dimenticata. Sono volti sbiaditi, dimenticati dal tempo, occhi sbarrati, vestiti puliti ed eleganti, per dire come siamo, come stiamo, chi siamo. Alcuni sembrano fantasmi, altri persone vere. Altri ancora sembrano ricordare qualcuno. Chissà dov’era mia nonna, chissà chi era in ‘sta foto.

Le immagini vanno dal 1929 agli anni 70 e raccontano vite, alcune mai incrociate, altre invece ricordano cose di quando ero piccola.

Quelle più vecchie sembrano surreali. Sono senza colore, anzi, sono quelle seppia che riportano pose e volti probabilmente tesi e allucinati dal flash che esplodeva. “Non chiudere gli occhi, eh?” L’unica foto della vita, per alcuni.

La foto della comunione, quella della scuola con la maestra dagli occhiali tondi e il cappello bianco e con la bandiera dell’Italia monarchica.
La foto delle montagne, con una famiglia composta da madre, padre e figlio, sulle rive di un lago alpino, dai vestiti anni ‘60.

Quel bambino lo ricordo timido e riservato, anzi, neanche ricordo che avesse una voce. Esce dagli scatti così, e cerca di saltare nei ricordi da bambina, ma nessuna voce parla.

La voce è quella riportata dal telefono, ma è della madre che dice che il figlio cresce, si diploma, che viaggia, lavora, suona, fa maschere e che si diploma per la seconda volta al liceo artistico serale.

In quella valigia il tempo si è fermato, ma testimonia i cambiamenti.

La foto della famiglia 1929 sul retro riporta una specie di lettera.

Poi quella degli anni 50 è accompagnata da una lettera scritta a penna.

Poi quella anni 60 riporta solo la data e chissà, forse era accompagnata da una lettera che si è persa nel tempo.

E poi c’è stato il telefono, poi il cellulare e per alcuni il tempo si è fermato al telefono e per altri, per i giovani delle foto anni 60/70, si è passati alle e-mail, facebook, whatsapp…

A me piaceva scrivere. Mi piaceva riempire pagine e inviarle ad amici e parenti lontani.
Ci scambiavamo cassette, con gli amici, cassette dei gruppi nuovi che scovavamo col passaparola, parlando con quelli più grandi che frequentavano il negozio di dischi di fiducia. I pomeriggi li passavamo ad ascoltare i dischi e poi a fare un giretto al centro, e poi a registrare le cassette: “Oh, domani me lo ridai il disco, però, che l’ho comprato ieri!” I solchi parlano, parlano di ascolti, parlano di noi, gracchiano, sussurrano.

Sai, Ste’, io li cerco ancora i dischi, cerco pure quelli tuoi, quelli che ne avete stampate solo cento copie e che li avete regalati agli amici.

Ste’, ma perché Sissy?

Ste’ è il bambino timido e silenzioso della foto anni 60, scattata in riva al lago alpino, quello che non ricordo avesse una voce da piccolo, ma c’è anche da dire che pure io ero piccola e che neanche io parlavo tanto.

Ste’ lo incontro per sbaglio dopo anni, a un concerto nella mia città, in cui lui è inaspettatamente uno dei componenti del gruppo. Parliamo sorpresi di vedere che seguiamo più o meno le stesse orme, anche se in un certo senso sono io a seguire le sue, ignorando che è uno di quelli grazie ai quali la musica che ascoltiamo e ci scambiamo quasi febbrilmente è arrivata fino qui in Italia. Ci salutiamo. Siamo reduci da un viaggio in Giappone, per motivi diversi e, poco tempo dopo, arriva per posta Tokyo ga, di Wim Wenders. Ciao Ste’, grazie, è bellissimo, sembra proprio di stare lì!

E Ste’ sparisce, scompare, viaggia, lavora in un centro diurno della Asl per adulti disabili mentali gravi, fa teatro con loro, arte, musica industriale, dipinge, fa performance, video-installazioni, musica elettronica, provoca, canta, compone, gioca.

Ste’ lo ritrovo anni dopo, nella sua città dove sono andata a trovare la zia. Mi viene a prendere alla stazione, io con le cuffie alle orecchie e lui avvolto nella sua felpa nera e ci scrutiamo curiosi. E’ sempre il bambino timido e silenzioso e gentile che ricordo, di una gentilezza fuori dal tempo, che quasi va a “cozzare” con la sua arte provocatoria e disinvolta.

Scopro che ha pubblicato una compilation prodotta da Teardo, che Baroni gli ha richiesto una biografia per un libro che sta scrivendo, che ha collaborato con artisti inglesi e giapponesi e che è uno dei precursori della musica industriale italiana.

Insomma, ‘sto tipo riservato e gentile è uno che “una ne fa e cento ne pensa”, come lui stesso dice, ho tante cose che potrei tirare fuori alcune non sono il massimo ma sono cose che ho fatto negli anni perché ci credevo, era per me un modo per tirarmi fuori dal posto in cui vivo che è molto borghese, ma rimpiango il tempo passato di questo posto perché adesso e molto cambiato. A Treviso desso ci sono le grandi mostre e è un po’ snaturato il tutto; io vivevo a modo mio un’atmosfera bohemienne, non c’era internet e forse era meglio cosi, il tempo aveva dei ritmi meno frenetici e forse era preferibile. Ora si fa più di una cosa alla volta e si rischia di non farne bene nessuna.

Gli chiedo del materiale da ascoltare, da vedere, e ci porta a fare un giro sul Sile, a me e alla zia, nel posto che preferisce, e dove spesso porta una cassa, il computer e improvvisa un concerto di musica elettronica in quello scenario naturale e allo stesso tempo post-industriale, con delle ciminiere all’orizzonte e le papere che nuotano sul fiume.

E’ sconvolgente e allo stesso tempo disarmante il modo disinvolto e naturale con cui parla e ha voglia di parlare di performance e di musica di quello che ha fatto e di quello che farà.

Ci salutiamo alla stazione, un dvd e un cd. Un nome da cercare su internet: Sissy Biasin.

Ste’, ma perché Sissy?

Molti anni fa, in un centro in cui lavoravo, una ragazza storpiava il mio nome da Stefano a Sissy, e poi è diventato il nome con cui mi chiamano ancora in certi ambenti. Mi piace che sia un nome un abbastanza dispregiativo, un po’ come la gente, in fondo, si rapporta con me a parte qualche persona intelligente.

Poi mi faccio un po’ raccontare cosa ha fatto, perché so’ curiosa e perché un po’ rosico pure che ci avevo ‘sta persona vicino e non me ne sono mai accorta (ma come fai però ad accorgertene, se vivi a centinaia di chilometri di distanza, dico?).

Mi dice di essere poco ordinato, e di non riuscire a mettere in ordine cronologico quello che ha fatto.
Quello che ti è più rimasto, quello mi interessa, dico io.

Allora mi parla di Kriptoscopia,  (Enzo Comin, Sissy Biasin, Michele Spagnolo), un gruppo che realizza performance in cui musica e immagini si legano e si sintetizzano allo scopo di riutilizzare e reinterpretare il paesaggio sonoro e visivo che accompagna la quotidianità, che, tra le altre cose, ha fatto da spalla a due artiste giapponesi.

E poi di un altro progetto musicale, Fantamatres, in collaborazione con Canedicoda, un grafico di Treviso che lavora a Milano, un progetto musicale in cui Biasin viene coinvolto come poeta, in slang trevisano.

Stefano Biasin è un ricercatore, un ricercatore di radici da sradicare e da trasportare nella modernità. Le foto di famiglia fanno da copertina alle sue composizioni, fanno capolino nei suoi quadri, si respirano nelle sue poesie. Il suo “lavoro” è una continua ricerca del tempo passato che quasi rivive nel presente tramite la sua opera. Modernizzare il passato e antichizzare il presente.

Sissy, che stai facendo e che farai?

In questo periodo devo fare un’attività con i ragazzi perché abbiamo uno spettacolino in una scuola su un testo di Pasolini. Io spero un giorno di smettere di lavorare per concentrarmi al meglio su qualche cosa che per me sia importante come ricerca continua di benessere spirituale anche se laico. Uno dei miei amici che si chiama Michele Spagnolo e che componeva il gruppo di Kriptoscopia del quale facevo parte, ora ha abbandonato la ricerca elettronica e si è concentrato su aspetti legati alla medicina alternativa, un po’ mi piacerebbe fare lo stesso per capire, forse, il senso che hanno certe cose a discapito di altre.

Scopro tante cose, dietro quella fotografia, dietro quel volto così riservato, serio, reso ancora più serio dagli abiti formali e dal bianco e nero. E penso alla staticità delle pose e a quello che a volte nascondono della vita reale.

Le persone che sembrano fantasmi, le pose costruite, i colori fuori dal tempo… E scopro che poi in qualche modo, la sua ricerca è anche la mia, i numerosi rimandi a un passato che non abbiamo vissuto, ma che è rimasto “intrappolato” in un 10×15 gelosamente conservato in una valigia rubata da una soffitta.

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