La Donna de Paradiso di Jacopone da Todi

La Donna de Paradiso di Jacopone da Todi

Si affaccia in questa lauda drammatica in forma di dialogo ancora il carattere rude e sanguigno di Jacopone da Todi. Personaggio che entra di fatto tra le cerchie degli spirituali di corrente francescana, che predica sì il pauperismo, ma in maniera estrema, dissociandosi dalla “Regola” di S. Francesco, dalla positività dei conventuali (vedi il Cantico delle Creature) e combattendo il papato e le sue contraddizioni. Quando parliamo di papato ci riferiamo qui a Bonifacio VIII, figura molto violenta, anche verbalmente, fin da quando era vescovo tanto che non si fece scrupoli di prendere a male parole i vescovi o gli universitari francesi.

Ricordiamo la struttura particolare delle laude, pensate per il canto o per un accompagnamento, per una rappresentazione esterna a un luogo di preghiera, una sorta di “spettacoli” come potevano essere quelli dell’epoca, dei chierici e trovatori del XXII secolo, pensate per essere rappresentate, forse anche con un’azione scenica. Anche Donna de Paradiso vede una serie di personaggi, compreso un coro (la folla) che interviene all’interno della lauda.

I luoghi delle rappresentazioni erano principalmente le pievi, i chiostri, i sagrati, luoghi in cui il popolo si avvicinava nei periodi di celebrazioni o dei mercati (ricordiamo che i monasteri erano anche luoghi di vita, centri economici nei piccoli abitati dell’epoca, soprattutto in Umbria, dove ci troviamo).

La caratteristica linguistica di questa lauda è quella di avere una ripetizione di un’unica rima alla fine di ogni strofa, mentre gli altri versi sono solitamente o in assonanza o in consonanza (anche quando la grafìa ci farebbe pensare alla mancanza di una consonanza in realtà dobbiamo pensare alla pronuncia).

Curiosità metrica: Il testo si compone di 33 quartine corrispondenti agli anni di Cristo, mentre la descrizione del suo corpo inchiodato alla croce si concentra nei vv. 64-75, dunque nelle tre strofe centrali del componimento, con una perfetta simmetria, sfruttando la simbologia del numero tre.

Il titolo vuole riportarci allo strazio di Maria di fronte alla crocefissione del figlio, che è protagonista dell’evento, ma rimane una figura marginale attraverso il solo ruolo di conforto, con un limitato numero di battute. Il carattere polifonico vede l’alternanza delle voci, principalmente tra il Nunzio, il personaggio esterno che descrive, come fosse il narratore, e Maria. La scelta del lessico è popolare, con frasi idiomatiche dell’epoca. E tra il Nunzio e Maria si staglia la folla, terzo protagonista, fatta di personaggi ipotizziamo di bassa estrazione, che inneggia alla crocefissione di Cristo, ripetendo spesso la stessa battuta Crucifige, crucifige!

Immaginiamo, una madre che vede ‘sto figlio martirizzato, non un santo, ma un figlio e la sua voce, il suo dolore estremamente vivo e la folla che dall’altra parte sembra non riflettere, ripetendo quasi meccanicamente, senza identità, folla che inveisce contro il Cristo in maniera gretta, fino alla forma di motteggio (…Traiàn for li latruni, che sian soi compagnuni…).

Facile l’associazione al lavoro, la metrica e il modello di Fabrizio de Andrè, alla sua rappresentazione della mistica del ‘200 e ‘300 (sicuramente lontano da un Jesus Christ Superstar!).

A voi Donna de paradiso:

«Donna de Paradiso,
lo tuo figliolo è preso
Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide
che la gente l’allide;
credo che lo s’occide,
tanto l’ò flagellato».

«Come essere porria,
che non fece follia,
Cristo, la spene mia,
om l’avesse pigliato?».

«Madonna, ello è traduto,
Iuda sì ll’à venduto;
trenta denar’ n’à auto,
fatto n’à gran mercato».

«Soccurri, Madalena,
ionta m’è adosso piena!
Cristo figlio se mena,
como è annunzïato».

«Soccurre, donna, adiuta,
cà ’l tuo figlio se sputa
e la gente lo muta;
òlo dato a Pilato».

«O Pilato, non fare
el figlio meo tormentare,
ch’eo te pòzzo mustrare
como a ttorto è accusato».

«Crucifige, crucifige!
Omo che se fa rege,
secondo la nostra lege
contradice al senato».

«Prego che mm’entennate,
nel meo dolor pensate!
Forsa mo vo mutate
de que avete pensato».

«Traiàn for li latruni,
che sian soi compagnuni;
de spine s’encoroni,
ché rege ss’è clamato!».

«O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustïato?

Figlio occhi iocundi,
figlio, co’ non respundi?
Figlio, perché t’ascundi
al petto o’ si lattato?».

«Madonna, ecco la croce,
che la gente l’aduce,
ove la vera luce
déi essere levato».

«O croce, e que farai?
El figlio meo torrai?
E que ci aponerai,
che no n’à en sé peccato?».

«Soccurri, plena de doglia,
cà ’l tuo figliol se spoglia;
la gente par che voglia
che sia martirizzato».

«Se i tollit’el vestire,
lassatelme vedere,
com’en crudel firire
tutto l’ò ensanguenato».

«Donna, la man li è presa,
ennella croc’è stesa;
con un bollon l’ò fesa,
tanto lo ’n cci ò ficcato.

L’altra mano se prende,
ennella croce se stende
e lo dolor s’accende,
ch’è plu multiplicato.

Donna, li pè se prènno
e clavellanse al lenno;
onne iontur’aprenno,
tutto l’ò sdenodato».

«Et eo comenzo el corrotto;
figlio, lo meo deporto,
figlio, chi me tt’à morto,
figlio meo dilicato?

Meglio aviriano fatto
ch’el cor m’avesser tratto,
ch’ennella croce è tratto,
stace descilïato!».

«O mamma, o’ n’èi venuta?
Mortal me dà’ feruta,
cà ’l tuo plagner me stuta,
ch’el veio sì afferato».

«Figlio, ch’eo m’aio anvito,
figlio, pat’e mmarito!
Figlio, chi tt’à firito?
Figlio, chi tt’à spogliato?».

«Mamma, perché te lagni?
Voglio che tu remagni,
che serve mei compagni,
ch’êl mondo aio aquistato».

«Figlio, questo non dire!
Voglio teco morire,
non me voglio partire
fin che mo ’n m’esc’ el fiato.

C’una aiàn sepultura,
figlio de mamma scura,
trovarse en afrantura
mat’e figlio affocato!».

«Mamma col core afflitto,
entro ’n le man’ te metto
de Ioanni, meo eletto;
sia to figlio appellato.

Ioanni, èsto mea mate:
tollila en caritate,
àginne pietate,
cà ’l core si à furato».

«Figlio, l’alma t’è ’scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?
Figlio, pur m’ài lassato!

Figlio bianco e biondo,
figlio volto iocondo,
figlio, perché t’à el mondo,
figlio, cusì sprezzato?

Figlio dolc’e placente,
figlio de la dolente,
figlio àte la gente
mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello,
morto s’è ’l tuo fratello.
Ora sento ’l coltello
che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate
d’una morte afferrate,
trovarse abraccecate
mat’e figlio impiccato!».

 

Chiudi il menu