La Coltre

La Coltre

francesca proietti sorbini

Dò l’impressione di una persona socievole e loquace.

Non è vero.

Da piccola parlavo pochissimo. Avrei voluto restare muta e invisibile per tutta l’adolescenza e la giovinezza, ma non ho potuto farlo.

Percepivo da ogni dove degli strattoni che inspiegabilmente facevo miei, per un mal interpretato senso di dovere sociale.

Non dare problemi. Studia. Fai amicizia. Non farti domande. Sorridi ogni tanto, però. Buttati. Sgomita. Pensa ai ragazzi. Non troppo, sennò sei zoccola. Non poco, sennò sarai gattara.

Vedi? Le tue compagne di scuola hanno già il ragazzetto. Gli amici. Escono.

Tu, perché te ne stai a scartare religiosamente Disintegration?

Doveri.

Io cercavo costantemente di stare da sola.

La socialità scolastica era un incubo. La sera mi ricoprivo di una coltre di sonno animalesco e senza sogni, che mi impediva di pensare.

Quando mia figlia era molto piccola, la tenevo a dormire con me. Faceva bene a tutte e due. Sempre la medesima coltre, la stessa caverna buia.

L’insonnia sistematica si è presentata poco prima dei quarant’anni.

Adesso, posso contare su alcune presenze notturne fisse.

La rassicurante lampada da notte sul comodino, con accanto libri di poesia russa che ogni tanto apro come risposta a certi interrogativi, allo stesso modo in cui i credenti aprono la Bibbia.

Il silenzio delle notti invernali.

Il brusio di quelle estive: automobili che chissà dove vanno e da dove tornano (a volte immagino la faccia dei guidatori, se smontano da un turno di notte o vanno a trovare un amore segreto), computer che si accendono in qualche misteriosa stanza, il ticchettio di una macchina da scrivere incredibilmente sopravvissuta agli anni.

L’insonnia adulta coincide con la mia ricerca di solitudine senza spiegazioni.

Ascolto il ronfare placido dei miei animali, osservo le loro morbide pelliccette che si alzano e si abbassano ritmicamente a ogni respiro.

Penso spesso ai miei cani del passato. Li incontrerò di nuovo? E dove?

Dialogo con l’albero del parco davanti casa.

Siamo scompigliati allo stesso modo. Per parlare silenziosamente con lui, compio sempre lo stesso movimento: inclino leggermente il collo, afferro un ricciolo vicino alla nuca e inizio a tormentarlo, tirandolo leggermente e avvolgendolo attorno all’indice destro.

Albero. Ho paura di invecchiare. Ho paura di perdere i miei genitori.

Ho paura di non essere abbastanza amata.

Posso invece amare ogni volta in modo così balordo?

Ho paura che mia figlia si dimentichi di me.

Ho paura di dimenticare la sua infanzia e la sua adolescenza.

Ho paura che la dolorosa intensità di questi dialoghi notturni si affievolisca, ed io non riesca a scriverne come vorrei.

Perché la musica mi fa così male? Vorrei tagliarmi la testa. Rasarmi a zero. Accecarmi.

Tra poco però è giorno, sento il camion del lavaggio strade.


Illustrazione di Francesca Proietti Sorbini

Chiudi il menu