La campagna del Belice

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Dietro la curva una ferita mai rimarginata, sotto una cortina impenetrabile che puzza di morte: un odore acre e dolciastro, e il silenzio. Un battito perduto, come il piede sul limite del niente. Le ultime parole sono fuori dalla bocca, ancora lì, a mezz’aria, decantano dopo qualche secondo, gravitano sulle gambe come la cenere di una sigaretta consumata per parlare troppo. E resti solo, chiunque tu abbia vicino, resti solo e aggiungi silenzio. Anche lo sguardo cade e non si vede più niente. Tutti i vigneti, gli olivi, le semine, che crettano il paesaggio e scandiscono il pensiero, svaniscono. Lo sguardo cade lì, dentro la massa dell’assenza, del peso dei resti nascosti. Resti sotto a marcire, compatti, in un alveare al contrario, senza vuoti: un niente pieno di materia. Rimetti palpiti e parole al posto loro, per educazione: se anche fossi solo, non continuare a tacere, non partecipare alla morte della morte.

Fai finta di nulla intorno alle ultime curve, sporchi i pensieri d’altro, nell’attesa di negarti dentro quel vuoto di sensualità. Così, le parole che non vedevi più, si adattano al moto e invece di cadere a piombo sulle gambe, svolazzano in avanti, per i tornanti. La strada si insinua fin sotto il bianco lucente. Un movimento involontario: il dorso della mano soffia via le lettere di cenere che hanno sporcato i pantaloni. Inforchi gli occhiali da sole. Scendi lento, cercando di accendere un’altra sigaretta. La prepari mentre il sale negli occhi fa cadere lacrime senza corpo, diritte, su la faccia che ha una forma che vale per il passato, una faccia che non ha nulla a che fare con quelle lacrime. Scendono così, senza troppo rumore. E la sigaretta, ti accorgi la fumerai solo dopo, solo fuori da quella lapide grande quanto un paese.

Sei un assassino, dei più sanguinari, l’acqua del Flegetonte ha superato l’ultima ciocca dei tuoi capelli, e la colpa ricade tutta su di te. Una colpa tellurica, resistente, erosiva. Scivoli in salita nelle acque congelate di un fiume bollente, non c’è nessun orizzonte, non ti volti, non giri in tondo. Dannato compimento, dannata materia, dannata quiete. Anche il respiro è imbibito nell’ovatta di calce. Ci fosse almeno la canicola, il disagio del giorno sopra la testa, ma oggi una balena bianca ha coperto il sole, ha la pelle segnata da ferite indelebili, conficcata di spilli. E sei una bambola senza palpebre, e guardi tutto e non puoi ascoltare niente.

Niente. Neanche un refolo di vento. E non ti perdi. Riuscissi a farlo, saresti salvo. Non dovresti più guardare la sconfitta perché saresti fallimento. E non hai armi e sali, sali, strisciando da ieri a domani, cancellando il presente con i piedi. Le mani non riescono a toccare il contenitore di questo dolore, di questa ferita coperta di mastice. Sotto tutto sta marcendo. E almeno questo, almeno il lamento del corpo in decomposizione, lo scricchiolio delle molecole che si spaccano, che arrivi dritto alle orecchie e dalle orecchie allo stomaco e dallo stomaco al buco del culo. Che almeno tu possa cagare fuori questo dolore che non ha forma, che non scompone. Fino in cima ti chiedi come mai non ti sia stata data almeno la speranza di perderti.

Un’anima santa ha poggiato tre pietre, una sull’altra, come tre lapidi in attesa di essere poste in opera. Con quella scala improvvisa puoi emergere dal lago del rimorso, dalla cortina del desiderio indelebile, dal terriccio sterile. Come un uccello, stacchi gli occhi da terra, lo sguardo raso scorre la pelle scomposta di questo squarcio nella campagna del Belice. Sotto i tetti della crosta fratta, infiammata, qualcosa è imbozzolato, preme per uscire.

Sali su una di queste fistole suppuranti, di questi grumi panoramici. Così sei più in alto. Vedi e senti: neonati alberi del paradiso sgomitano per uscire dal cemento, una farfalla bianca scende lungo le vie deserte, due zigoli sbagliano la strada, uno specchio, un riflesso del Cretto nei tessuti dei vigneti, nei brandelli degli olivi, nelle strisce dei seminativi, i rumori della campagna, il fastidio degli occhi cambiati che scorgono frammenti in ogni dove: l’agonia di una mappa grande come l’Impero.

Per disegnarla l’Impero è dovuto morire.

 

Terremòto. Complesso di successivi movimenti a carattere vibratorio di una porzione della superficie terrestre. Mutamento inaspettato che rinnova profondamente o rovescia un equilibrio.

Belìce. Fiume della Sicilia sud-occidentale. Nel suo corso attraversa i territori di Montevago, Camporeale, Partanna, Poggioreale e Castelvetrano.

Crètto. Crepa, fenditura nel muro e altrove.

Crètto di Gibellina. Opera site specific realizzata da Alberto Burri tra il 1984 e il 1989 a coprire le macerie della città vecchia di Gibellina, completamente distrutta dal terremoto del Belìce del 1968.

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