Il libero arbitrio non esiste. Uno sguardo sul cinema di Todd Solondz

Il libero arbitrio non esiste. Uno sguardo sul cinema di Todd Solondz

Il libero arbitrio non esiste
Uno sguardo sul cinema di Todd Solondz

Il cinema indipendente statunitense è la nemesi dell’industria dell’intrattenimento cinematografico: quanto quest’ultima è roboante, magniloquente, grondante buoni sentimenti e infarcita di attori bellocci, il primo è intimista, laconico, detesta l’happy ending ed è interpretato da facce e corpi veri.

La democrazia liberale, si sa, è una comoda patina sotto la quale covano intenti liberticidi e gli Stati Uniti, nell’alveo di una sorta di pensiero unico conformista e conservatore, hanno assistito, per contro,allo sviluppodelle tendenze più anarchiche e vitali della cultura alternativa occidentale.

Il proto-punk a New York alla fine degli anni’60, la nascita del punk hardcore a ridosso dei sobborghi fighetti di Orange County in California nei primi anni ’80, la letteratura problematica dello stesso ventennio ‘80/’00, il cinema indie attivo con le sue opere migliori soprattutto dalla seconda metà degli anni ’80 offrono uno spaccato dello scollamento tra un consunto American way of life e le realtà di crisi – umana, economica, di valori che caratterizzano la vita americana dopo il disastro della guerra in Vietnam e gli attentati dell’11 settembre 2001, in un unico, infinito piano inclinato verso il basso.

In un pezzo pubblicato qui qualche mese fa compariva il concetto di genius loci a proposito degli inizi di carriera dell’artista, musicista e performer britannico Genesis P-Orridge.

Lo spirito del luogo caro ai latini potrebbe essere ugualmente applicabile a Todd Solondz, nato nel 1959 a Newark, New Jersey, una città industriale dal passato sicuramente migliore di quanto non sia il suo presente, magistralmente descritta nella sua spettrale decadenza dal romanzo Pastorale Americana di Philip Roth, altro illustre nativo del luogo.

Newark è una città molto vicina a New York; in questo luogo periferico la permeabilità all’apertura tipica della metropoli è quasi nulla: in essa si perpetuano i rituali della provincia pur riproducendo inconsciamente gli stessi meccanismi alienanti della grande città. Un perfetto laboratorio narrativo per un regista completamente al di fuori dell’establishment cinematografico tradizionale.

Il cinema di Todd Solondz, un vero e proprio personaggio di culto tra il pubblico cinefilo e i critici soprattutto europei (i suoi film sono stati premiati in diverse occasioni al Festival di Cannes e alla Mostra del Cinema di Venezia) mette in discussione i cosiddetti “valori” della middle class statunitense. Solondz ha avuto vita dura nel suo Paese, sia con la censura che con i distributori, proprio a causa della scomodità dei temi trattati nei suoi lavori e della sua personale posizione nei confronti dei medesimi temi.

Todd Solondz, che ha studiato Lingua e Letteratura Inglese a Yale per poi trasferirsi alla New York University dove ha seguito, senza completarlo, il corso di laurea in Cinema e Televisione, nasce come sceneggiatore: i primi script risalgono all’epoca del suo impiego come fattorino presso la Writers Guild of America, il sindacato degli sceneggiatori.

Talvolta Solondz è stato accostato a Woody Allen: paragone tanto facile quanto forzato. Le origini ebraiche, la provenienza dalla East Coast, l’aspetto fisico, gli occhiali da vista fuori misura potrebbero di certo accomunare questi due registi, ma il paragone si ferma qua. Il linguaggio cinematografico di Todd Solondz è completamente diverso da quello di Allen: profondamente contemporaneo, è dotato di un sarcasmo la cui ferocia è pari solo al grande senso di umanità che abbraccia scrittura e personaggi. Solondz appartiene a un’altra generazione rispetto ad Allen e questa differenza si percepisce nettamente.

Todd Solondz è un autore apparentemente chiaro e immediatamente comprensibile, poiché chiari sono i temi trattati nella sua produzione cinematografica: l’infanzia, l’adolescenza, la solitudine urbana. Chiaro è il modo in cui il racconto si dipana, chiare e ferme sono la mano del regista e la fotografia. Gli argomenti di cui Solondz si occupa sono di una complessità inimmaginabile, come un pozzo di cui non si intravede il fondo, e più il fondo sembra a portata di mano più ne emergono creature mostruose che costringono personaggi e spettatori a guardare in faccia i propri demoni.

La varietà accresce la Bellezza dell’universo, e pertanto anche le cose che ci paiono sgradevoli sono necessarie all’ordine universale, mostri compresi.
Guglielmo d’Alvernia

Solondz può essere frettolosamente etichettato come nerd, poiché tale è l’immagine che comunica e tali sono molti dei personaggi che compaiono nei suoi film, a partire dai primi lavori. Il nerdtipico, però, è spesso incapace di slanci emotivi tanto da rasentare l’anaffettività, mentre Todd Solondz ha una sensibilità raramente riscontrabile in altri registi. Come molti ex-ragazzini troppo intelligenti per sforzarsi di rendere socialmente accettabile la propria introversione, Todd osserva i comportamenti senza trascurarne neanche una sfaccettatura, comprese le più fastidiose o perverse: per questo alcuni suoi film fanno molto male.

Uno dei primi film di Solondz è un cortometraggio, Schatt’s Last Shot, del 1985.Il personaggio del titolo, Schatt, è un liceale che aspira all’Università di Stanford, vessato dal suo insegnante di educazione fisica che lo odia a tal punto da bocciarlo perché non riesce a segnare nemmeno un punto a basket. Schatt, inoltre, è sfortunato in amore ma aspira a somigliare al suo coach “vincente”, che sfida addirittura in una gara uno contro uno. Non solo Schatt prevedibilmente verrà stracciato, ma lo stesso coach sposerà la ragazza di cui Schatt è innamorato e alla quale non ha il coraggio di dichiararsi.

Gli elementi per liquidare questo piccolo lavoro come la solita variazione sul tema cinema da sfigati vengono smentiti, nel periodo storico di film come La rivincita dei Nerds, dalla sensibilità e dall’amara ironia di Solondz; in questo piccolo lavoro d’esordio c’è già l’embrione di ciò che diventerà la sua produzione cinematografica vera e propria. Il conflitto adolescenziale tra la preservazione della propria diversità e il desiderio di omologazione presenti in Schatt, nonché l’impossibilità di sfuggire al proprio ruolo sono temi ricorrenti in tutti i film del regista statunitense, tra i quali uno dei suoi primi lungometraggi, che lo ha fatto conoscere a pubblico e critici europei: Welcome to the Dollhouse (1995), uscito in Italia con l’orrendo e fuorviante titolo Fuga dalla scuola media e diventato un vero e proprio culto generazionale per cinefili underground.

Welcome to the Dollhouse racconta con feroce ironia e grande profondità una delle stagioni più dure e difficili della vita: il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.

La protagonista del film è DawnWiener, (questo cognome – feticcio ricorre spesso nella cinematografia di Solondz, in cui i personaggi rimbalzano da un film all’altro e le loro storie si riannodano continuamente) una ragazzina undicenne occhialuta e sgraziata oggetto di continue prepotenze a scuola soprattutto ad opera di un certoBrandon e di totale indifferenza in famiglia, che le preferisce la sorella minore Missy (nomina suntconsequentia rerum), bellissima e biondissima.

Al di là dello stile narrativo asciutto e volutamente rozzo, come se a raccontare fosse un immaginario adolescente maleodorante e sgrammaticato, l’innovazione fondamentale del regista è la caratterizzazione dei personaggi, che ne definisce lo stile e l’intelligenza.

In mano a un altro regista con velleità commerciali, Welcome to the Dollhouse sarebbe diventato un qualsiasi film in cui la vittima è buona senza ombra di dubbio, il bullo rappresenta il cattivo per antonomasia e, ad un certo punto, come da tradizione hollywoodiana, arrivano il riscatto per la vittima e la redenzione per il bullo.

Nell’universo di Solondz non funziona così.

Innanzitutto, non solo il regista caratterizza in modo molto contraddittorio e sfaccettato protagonista e antagonista, rendendo Dawn, la vittima, capace di notevole crudeltà e lasciando intravedere in Brandon, il bullo, una fragilità dovuta al difficile ambiente familiare in cui è cresciuto, ma evidenzia una caratteristica della stessa Dawn che chiunque sia stato un adolescente introverso (e resti un adulto introverso) può comprendere appieno: l’incrollabilità. Dawn non si piega alle vessazioni scolastiche e all’indifferenza dei familiari, nonostante il conflitto già adombrato tra diversità e omologazione, reagendo anzi attraverso una sorta di resistenza silenziosa e implacabile fatta di ostinazione e sottile cattiveria – soprattutto nei confronti del suo capro espiatorio personale, un suo amico ancora più sfigato – ma punta molto in alto prendendosi una cotta per un tipo irraggiungibile, molto più grande e molto più bello di lei. La crudeltà di Dawn si esercita anche attraverso la sua personale vendetta nei confronti della sorella Missy, che nella sottotrama del film vivrà un sequestro lampo ad opera di un vicino con tendenze pedofile (la pedofilia è uno dei temi maggiormente ricorrenti nella produzione cinematografica di Solondz), restituendo allo spettatore un personaggio complesso e sfaccettato che designa Welcome to the Dollhouse come uno dei film più veri e riusciti sull’adolescenza.

In secondo luogo, una caratteristica fondamentale di cui tutto il cinema di Solondz è intriso è ben evidenziata nell’interessante saggio di Diego Mondella Sgradevole è bello. Il mondo nel cinema di Todd Solondz” (Pendragon Edizioni, 2010), unica pubblicazione esistente in Italia sul regista statunitense: il determinismo che governa l’esistenza.

todd solondz happynessNello stesso modo in cui Dawn non può riscattarsi dalla sua bruttezza e dal suo ruolo di vittima come invece avverrebbe in una narrazione consolatoria, così i personaggi di altri film di Solondz, il capolavoro Happiness (1998)o Palindromes (Palindromi, 2004) non possono decidere per se stessi e in definitiva servirsi della capacità di libero arbitrio. Citando lo stesso Mondella, nel film Palindromi Mark, uno dei personaggi (il cui cognome cognome è – guarda il caso – Wiener), accusato di essere un pedofilo dichiara: “il libero arbitrio non esiste. Le mie scelte, le mie azioni, la mia vita non sono decise da me. Siamo tutti robot, programmati in modo arbitrario dai codici della natura. […] Speriamo e ci disperiamo in base a come siamo stati programmati. Geni e casualità, è tutto qui […]”.

Questa visione etica di tipo spinoziano è la peculiarità della poetica di Solondz e ne fa uno degli autori più scomodi e disturbanti del cinema contemporaneo, poiché ripropone un dilemma che per certi versi mette personaggi e spettatori con le spalle al muro.

La scomodità di Solondz, come si accennava all’inizio di questo parziale contributo alla sua cinematografia, risiede anche nei temi affrontati dal regista e nella sua posizione in merito: cultura dello stupro e pedofilia rappresentano il rimosso della classe media occidentale e affrontarli in maniera non moralistica significa avere tutti contro.

Disagio esistenziale senza scampo e stupro per così dire legalizzato sono presenti ad esempio in Happiness, il cui ritmo narrativo volutamente sottotono apre il sipario su una sorta di circo dei freak in un condominio di Newark; in uno degli episodi del film, una dei personaggi si trova a dover sostenere un rapporto sessuale contro la propria volontà mascherato da tentativo di seduzione. La scena comunica un senso di repulsione talmente efficace – anche a causa delle sembianze fisiche dello stupratore – da rimanere appiccicato addosso ben oltre la durata della scena e la fine del film.

Nello stesso film si assiste a un terribile dialogo in cui un uomo, stimato psichiatra, confessa al figlio undicenne di aver molestato e violentato due compagni di scuola del ragazzino. Nella scena non c’è alcuna morbosità, solo un dolore immenso e ancora una volta la sensazione da parte dei personaggi di non poter eludere la propria natura.

Questo atteggiamento profondamente umano di Solondz, che non si accontenta di condannare una tantum il pedofilo ma ne esplora con la scrittura e la macchina da presa le motivazioni profonde è costato al regista un ostracismo costante negli Stati Uniti da parte della distribuzione e della censura, preoccupati non solo dei profitti ma anche di una non ben specificata salvaguardia della morale pubblica. Ben altro atteggiamento hanno ricevuto i film di Solondz in Europa, dove la critica ha evidenziato invece l’importanza di questa operazione di analisi del rimosso collettivo in una società di stampo puritano; analisi che tuttavia possiede validità generale nei confronti della società occidentale nella sua interezza.

I film di Solondz, dei quali in questo pezzo forniamo solo una visione estremamente parziale per invitare il lettore più curioso a cercarne i riferimenti e ad approfondire il lavoro di un autore così complesso, spaventano i benpensanti perché obbligano a capire che la casa dei mostri è la quotidianità – Kafka l’aveva già gridato molto tempo prima con il suo scarafaggio che si dibatteva scompostamente ne La metamorfosi. Condomini, villette, centri commerciali, psicofarmaci, traumi irrisolti, professioni rispettabili e famiglie da cartolina sono la patina che giustifica e incoraggia il Male.

L’intento delineato da Solondz, ancor più ravvisabile nella sua produzione cinematografica posteriore agli attentati dell’11 settembre 2001 le cui conseguenze più gravi si sono risolte in un’ulteriore limitazione delle libertà individuali facendo avverare in modo amaramente beffardo la filosofia determinista e meccanicista dell’autore, non è offrire una soluzione ai mali della middle class, ma esaminarli in modo non moralistico, senza emettere giudizi di valore e fornendo questo esame di uno sguardo profondamente e autenticamente umano, che solo chi ha sperimentato la fatica autentica dell’introversione può utilizzare appropriatamente e pienamente comprendere.

 

È molto facile demonizzare gli altri, è facile considerarli dei mostri, ma è invece molto più difficile riconoscere e ammettere che dietro questi ‘mostri’ ci sono delle persone”
Todd Solondz intervistato da Diego Mondella, Mostra Internazionale del Cinema di Venezia settembre 2009


Filmografia

Cortometraggi

Feelings (USA 1984, b/n)

Babysitter (USA 1984, b/n)

Schatt’s Last Shot (USA 1985)

How I became a Leading Artistic Figure in New York City’s East Village Cultural Landscape (USA 1986)

Lungometraggi

Fear, Anxiety & Depression (USA 1989)

Welcome to the Dollhouse (Fuga dalla scuola media, USA 1995)

Happiness (USA 1998)

Storytelling (USA 2001)

Palindromes (Palindromi, USA 2004)

Life During Wartime (Perdona e dimentica, USA 2009)

Wiener Dog (USA 2016)

 

Credits
Diego Mondella, Sgradevole è bello. Il mondo nel cinema di Todd Solondz. Pendragon Edizioni, 2010.

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