Il cielo stellato sopra di me

Ho la tapparella bloccata da un mese, ed è estate.

Non posso uscire sul balcone del salotto.

Avevo comprato una fila di lampadine colorate, di quelle belle e un po’ malinconiche da balera di paese. Però, anche contemporanee: si alimentano di luce solare, hanno in dotazione un piccolo pannello rettangolare.

Intendevo anche piantare del rosmarino e della lavanda, arbusti resistenti al vento e al sole che funestano regolarmente il balcone durante la stagione calda, promettendo a me stessa che mi sarei ricordata di innaffiarle. Le piante, a casa mia, hanno vita grama e breve.

L’innaffiatoio pesa, gocciola dappertutto nel tragitto dal bagno al balcone, di sera sono stanca e irritabile eppure sarebbe proprio quell’ora della giornata la più adatta per dar acqua alle piante.

Ho avuto un balcone rigoglioso per lungo tempo, poi mi sono stufata. Sono fatta per gli animali, non per le piante.

Ad ogni modo, ho iniziato a contattare degli artigiani che potessero risolvere il problema della tapparella.

Nessuno è mai venuto ad aggiustarla.

Improvvisamente, osservando in modo sempre più sfuggente e rassegnato questa specie di enorme palpebra cadente nello specchio della porta-finestra, ho avvertito un’inspiegabile nostalgia dei noiosissimi momenti che a volte, poco prima di andare a letto, trascorrevo sul balcone, nelle estati passate, per incoraggiare l’arrivo del sonno.

Il balcone, allora, era bello e arredato di tutto punto. Avevo anche sistemato delle lucine che punteggiavano i grandi vasi come lucciole al led.

Il panorama era sempre uguale: condomini anni ’70 un po’ anzianotti, che conservano ostinatamente il loro cipiglio signorile; il parco pubblico sorvegliato dal mio amico albero con il quale condivido molte notti insonni. Qualche rara automobile, voci in lontananza, pischelli al distributore delle sigarette.

Le luci della città, giallastre e tremolanti, in lontananza.

Il cielo stellato sopra di me.

Gli astri, i pianeti e il manto blu notte si affacciano dalle nuvole rade come in universo aristotelico, rivolgendosi mute all’osservatore dal naso all’insù:

“Credevi fossimo spariti? Siamo ancora qui, vedi. Le nuvole vanno e vengono, ma noi no. Noi restiamo. Ci siamo, ci saremo, c’eravamo: ora non ci siamo più, ma tu ci vedi ancora. Siamo il ricordo del tempo in cui non c’eri ancora, siamo il monito del tempo in cui non ci sarai più. Capisci? Il tempo per noi è nulla. Tu ci hai creato, ci hai dato un nome, ma noi saremmo esistiti comunque; non conosciamo i nostri nomi, ignoriamo i tuoi calcoli con i quali credi di colmare la distanza tra te e noi. Abbiamo assistito allo stupore eterno degli antichi che ci hanno scoperti nelle notti limpide del Mediterraneo, e all’avvicendarsi di stirpi di uomini che hanno creduto, cercando di conoscerci sempre più a fondo, di avvicinarsi a noi. Ma noi siamo lontani, e inafferrabili con il nostro eterno mutare: noi ti sopravvivremo.”