Gli Aculei

Amo camminare. Tanto

Camminare mi mette alla prova.

Ci sono giorni in cui tutto ciò che vedo e che sfioro con lo sguardo o con il corpo mi lascia del tutto indifferente e non mina la mia integrità, pazientemente costruita innestando su una pelle bianca e irritabile un aculeo dopo l’altro.
In quei giorni, la musica mi trapana i timpani uscendo dagli auricolari, la città mi scorre davanti. Spesso cammino sotto un cielo limpido e azzurro, ma i suoni che escono dagli auricolari provengono da luoghi di frontiera grigi e ventosi.
A volte questo contrasto è talmente stridente che non capisco se sia più reale la musica o il paesaggio intorno.

La musica ce l’ho talmente dentro, innestata allo stesso modo degli aculei, che vorrei fermarmi a toccare pezzetti di facciate degli edifici vicino ai quali cammino per sincerarmi che ciò che mi circonda sia vero.

In quei momenti inizia la metamorfosi.

L’indifferenza e l’impermeabilità al mondo esterno iniziano a presentare delle minuscole fessure, che diventano crepe inesorabili e profonde.

Allora, inizio a osservare e tutto ciò che vedo – e guardo – si inserisce sotto la pelle e sotto gli aculei.

Gli aculei, che se accarezzati sono vagamente ruvidi ma compatti e innocui, quando sono in posizione di difesa si dispongono puntuti e inavvicinabili.

Quando inizio a osservare, gli aculei non servono più. Rimane la pelle, bianca e irritabile.
Questa mattina, ad esempio, ho visto un signore molto anziano con il suo cagnolino, uno springer spaniel non altrettanto anziano che tuttavia, a causa dell’immenso amore per il suo padrone, fingeva di esserlo e si fermava ad ogni pausa dell’uomo.

Gli aculei, in questa occasione, si sono ritratti e sono rimaste delle macchie rosse sulle guance e sullo sterno, e la musica si è fatta lontana e quasi inaudibile.