L’apocalisse di Giovanni

Ore 23.00. Ciampino. Orion.
24 febbraio 2018. Piove che dio (ma quale dio?) la manda.
È l’apocalisse.
Di.
Giovanni.
Lindo.
Ferretti.
L’Orion è pieno di gente. Non me lo aspettavo. Ero titubante ad andare. Vieni a vedere Ferretti? No, non mi piace la piega che ha preso. Canta i CCCP. Mmmmmmm. Vabbè, vengo, anche se ha rinnegato le proprie origini e campa ancora cantando canzoni di punk filosovietico.
L’Orion è pieno. Musica reggae ad aspettare che il concerto inizi. Birra. Sigaretta. Chiacchiere.
Ci avviciniamo.
Entrano i musicisti. Violino e chitarra. Poi Ferretti. Lungo, austero, mani in tasca da inizio a fine concerto. Mezzo sorriso sornione. Voce stridula. Testi graffianti, attuali, che continuano in qualche modo a dare il ritmo alla mia vita, ai miei pensieri, alle mie convinzioni.
Si districa tra CCCP e CSI accompagnato da Ezio Bonicelli (Chitarra elettrica e violino) e Luca A. Rossi (basso, chitarra elettrica, batteria elettronica) ex Ustmamò, che viaggiano da una canzone all’altra con una leggerezza e una maestria invidiabili.
Siamo in piedi dalle 6. Lavoro. Macchina. Balduina. Degustazione. Chiacchiere. Macchina. Birra e patatine. Aspetta gli amici. Mangia. Macchina. Ciampino.
Ore 1.30. Seduti. Ferretti canta, anzi, declama. Lo starei a sentire per ore. Mi riassa, malgrado tutto. Esistono solo la voce, la musica, i versi… Lo potrei ascoltare per ore.
Spara Juriji, segna la fine, piena e (s)travolgente come un‘onda d’urto.
Ferretti esce, così come è entrato: mani in tasca, senza dire una parola, dimesso e austero, così come è sempre stato.