Flavio Frezza – Italia Skins | Recensione

Flavio Frezza
ITALIA SKINS – Appunti e testimonianze sulla scena skinhead, dalla metà degli anni ’80 al nuovo millennio
Redstar Press- Hellnation Libri
pagine 216, € 16,00

Le forme di produzione culturale “dal basso”, sono sempre state osteggiate in Italia da un atteggiamento elitario che non ha mai permesso che la cultura “alta” si confondesse con il resto; il “resto”, sovente, è considerato risibile, non degno di nota, espressione di menti dai gusti semplici e dalle idee ancor più elementari oppure di adolescenti annoiati che si baloccano con idee sovversive.
Tale atteggiamento è originato da diverse cause, ma forse il motivo principale è appunto la cesura netta e apparentemente insanabile tra una concezione paludata, polverosa e quasi calata dall’alto di cultura e ciò che realmente si agita all’interno dell’universo generalmente definito underground.

La questione si complica quando, addentrandosi nel mondo delle culture alternative, si incontra un’ulteriore differenziazione, quella delle sottoculture, le cui caratteristiche possiedono quasi i tratti di un culto.
Proprio il termine culto ricorre più volte in Italia Skins – Appunti e testimonianze sulla scena skinhead dalla metà degli anni ’80 al nuovo millennio, la documentata e puntuale analisi sulla cultura skinhead realizzata da Flavio Frezza, fondatore del gruppo punk Oi! Razzapparte, uscita recentemente (aprile 2017) per i tipi di Hellnation Libri.

L’aspetto che colpisce immediatamente di questo libro – almeno a parere di chi scrive – è il piglio rigoroso dell’analisi documentale, che lo rende somigliante a un saggio accademico su una delle forme dell’underground italiano, tradendo la formazione dell’autore, specializzato nello studio dei dialetti e delle tradizioni popolari di alcune zone dell’Italia Centrale.
Alcune uscite editoriali sulle culture alternative o sottoculture sono purtroppo caratterizzate da una sciatteria di linguaggio e di analisi (quando esiste) al limite del dilettantesco, e probabilmente questa spiacevole caratteristica contribuisce non poco a relegare il riconoscimento della dignità delle culture underground in un limbo che ne perpetua una sorta di infanzia perenne.

Oltre al rigore analitico, il lavoro di Flavio Frezza si pone l’obiettivo di chiarire le peculiarità che caratterizzano la scena skinhead e la cultura che lo ha prodotto, nel non facile intento di testimoniare dal di dentro la vera natura di un culto (per usare ancora una volta le parole dell’autore) spesso ed erroneamente associato in toto a derive di estrema destra, che sicuramente esistono ma non hanno afflitto che una piccola parte della scena.
Il rigore, ancora una volta, si manifesta nell’uso della terminologia; come ogni studioso o curatore sa bene, nel lavoro di ricerca l’attribuzione dei giusti termini è di fondamentale importanza, e d’altra parte ogni movimento culturale degno di questo nome possiede un lessico ricco e articolato. Questa dovizia lessicale permette al lettore di districarsi tra le varie definizioni all’interno della cultura skinhead, e aiuta certamente a dissipare certi dubbi circa le derive di cui più sopra si accennava, ma anche a rendersi conto di un elemento molto importante, che andrebbe sempre tenuto presente: le culture alternative sono sistemi complessi, presentano infinite sfumature e infiniti spunti di analisi e discussione.

Il volume Italia Skins si compone di due sezioni: nella prima, l’autore esamina le origini e la storia della sottocultura skinhead; nella seconda raccoglie le testimonianze dei membri storici della scena, attraverso conversazioni fedelmente riportate e perciò godibilissime, punteggiate come sono di termini slang o dialettali a seconda della provenienza geografica degli intervistati (ancora una volta, torna e gioca un ruolo decisivo la forma mentis da ricercatore, nella resa dei dialoghi), in una sorta di versione italiana di Please, Kill Me – il Punk nelle parole dei protagonisti.

La prima, decisiva caratteristica della cultura skinhead, nata in Gran Bretagna nella seconda metà degli anni Sessanta è che, al pari del punk, vede la luce nell’ambiente della working class. Non ci soffermeremo sulle varie sfumature che lo stile assume fin dalla nascita del movimento: Italia Skins fa una rapida ed efficace disamina sugli stili di abbigliamento o tagli di capelli che caratterizzano le varie “correnti” che si sono avvicendate. Trattandosi di una sottocultura di origine operaia, essa si appropria di molti elementi del sistema di valori della working class, tra cui il “vestirsi bene” nelle occasioni speciali. Gli skinheads ripongono nell’abbigliamento una cura poco al di sotto della maniacalità dei mods, e lo stile che ne deriva è particolarmente affascinante perché è un misto di rudezza, essenzialità e lineare eleganza.

Chi taccia gli skins di razzismo non ne conosce evidentemente la storia, che Flavio Frezza puntualmente ripercorre: la scena skinhead origina grazie alla mescolanza di elementi culturali e musicali bianchi e neri, soprattutto per la presenza nei sobborghi operai inglesi di una forte comunità di origine prevalentemente giamaicana, accomunata ai giovani bianchi, ad esempio, dalla passione per il calcio e per lo ska, un genere musicale nato alla fine degli anni Cinquanta come rielaborazione della dance nera nordamericana. Le contaminazioni musicali sono poi evidenti se si pensa alla nascita e allo sviluppo del Northern Soul nelle cupe città industriali del Centro-Nord del Regno Unito. Nel suo seminale Post Punk 1978-1984, Simon Reynolds dedica alcune pagine agli Specials, al loro disco omonimo e alla loro etichetta, la 2Tone; scrivendo della geniale e malinconica band di Coventry, fondamentale per l’affermazione dello ska e punto di riferimento per mods e skinheads, Reynolds descrive con poche, potenti parole l’atmosfera che circondava questa musica. “The Specials riesce misteriosamente a riprodurre su vinile l’effetto monocromatico dei film del Free Cinema sullo schermo. La sua miscela di vivacità e depressione esemplifica l’essenziale mise en scène della 2Tone: una pista da ballo del tutto circondata dalla disperazione.

La musica ascoltata e amata dagli skinheads, quando non è puramente ska, condivide spesso una vicinanza con il punk puro e con il punk hardcore (soprattutto negli USA), data la comune origine proletaria. Si tratta, come efficacemente scrive Reynolds, di una musica concepita per divertirsi ma sempre venata dalla malinconia delle periferie.
L’autore dedica largo spazio al tema, e non potrebbe essere diversamente: la musica è il centro intorno al quale quasi ogni cultura alternativa ruota; inoltre egli stesso, come più sopra ricordato, è membro di una band di street punk/Oi!; la musica e la politica – al pari dell’identità – sono due punti nodali di Italia Skins.
Musica originale skinhead e politica, dopotutto, sono strettamente legate: se nella seconda metà degli anni ’70 nasce il genere Oi! (l’esclamazione “ehi!” in cockney, la melodiosa e divertente parlata popolare di Londra), di derivazione punk e caratterizzato da testi che evidenziano le condizioni dei giovani proletari inglesi, nello stesso periodo la politica inizia ad affacciarsi nel movimento.

L’autore, suffragato dalle testimonianze della seconda parte del libro e dai fatti storici, osserva come la politicizzazione in ambito skinhead sia soprattutto una risposta (in particolare nel nostro Paese, in cui è noto il radicamento delle ideologie) alle infiltrazioni di estrema destra nel movimento; è la deriva di alcuni elementi dal background particolarmente violento che spinge la maggioranza a dissociarsi da posizioni che tradiscono lo spirito da cui il movimento ha originato.
Frezza si sofferma sulle sostanziali differenze tra il processo di politicizzazione degli skinheads britannici e di quelli italiani, lasciando soprattutto parlare i protagonisti di quegli anni ed evitando analisi dal carattere troppo personale; la profonda diversità nella storia politica tra i due Paesi ha caricato di significati profondamente diversi tale processo.
Il movimento skinhead arriva in Italia nei primi anni ’80, con la solita decina di anni di ritardo rispetto alla Gran Bretagna, ma – come spesso accade – recupera in fretta producendo gruppi molto interessanti di genere Oi! in molte città, sia metropoli che piccoli centri, confortando tra l’altro la teoria informalmente riconosciuta secondo la quale i fenomeni più stimolanti, nel nostro Paese, spesso originano dalla provincia.

Esaminando il contesto italiano, Flavio Frezza si concentra su un episodio cruciale che ha segnato la storia del movimento skinhead nazionale: il raduno di Certaldo, avvenuto nel 1983. Questo comune della provincia di Firenze ospitò un grande raduno skinhead, con tutte le band più significative dell’epoca. Alcune tra queste band uscirono allo scoperto dichiarando simpatie fasciste, spaccando in due il movimento e decretando una frattura insanabile all’interno di esso, di matrice antirazzista e antifascista.

Senza soffermarci ulteriormente su una storia che il lettore troverà certamente interessante approfondire attraverso il libro, possiamo ad ogni buon conto constatare come i concetti di musica, politica e identità innervino la struttura del libro in ciascuna delle due parti di cui si compone; ognuno di questi concetti sono trattati, come si diceva all’inizio, in modo rigoroso ma mai pedante, offrendo spunti di curiosità che hanno spinto ad esempio chi scrive a cercare una serie di riferimenti che, diversamente, sarebbero rimasti nel limbo del “sentito dire”.
La concezione secondo cui essere skinhead è davvero un tratto identitario e se lo si è, lo si resta per sempre è il vero sottotesto di questo convincente saggio-opera prima.

Nota finale: l’ultima parte del libro è una piccola raccolta di ritratti fotografici in bianco e nero, semplici e intensi, di alcuni degli skins che Flavio Frezza ha intervistato; la sensazione di trovarseli davanti dopo aver letto delle loro vite è davvero bellissima: ogni episodio raccontato, ogni passo del percorso interiore, ogni rissa, ogni concerto si leggono sui loro volti, e sembra davvero di averli conosciuti uno ad uno.

 
Flavio Frezza, nato nel 1974, fonda nel 1995 il gruppo Oi! Razzapparte.
Dal 1998 ad oggi collabora con varie fanzine e siti dedicati alla musica Oi! e alla sottocultura skinhead e gestisce le etichette Resta Rude Recs., City of the Dead e Skinhead Sounds.
Photo Courtesy @ creaseslikeknives.wordpress.com
 

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