Facies, facio.

Facies
Facio, is, fēci, factum, ere

La radice latina del sostantivo facies e del verbo facio è la medesima.
La faccia rappresenta ciò che hai fatto, e questo potrebbe andarmi anche bene.

I filtri. Non usarli i filtri, nelle foto, cazzo. Non vedi che vieni colorata come negli anni ’30, quando i fotografi si mettevano a dipingere le gote delle signore e le giacche dei signori?
Non far apparire la pelle più luminosa di quello che è. Non è giusto. Fai vedere le macchie, i rossori, le occhiaie, le rughe agli angoli delle labbra.
Onestà. Onestà e spietatezza. Onestà, spietatezza e grigiore.

Detesto la mia faccia.
Se avessi la pazienza e il coraggio di sopportare il dolore, me la rifarei da capo a piedi.
“Da capo a piedi” una faccia, fa anche ridere.
Per somigliare a chi? A nessuna. A me. Ma più bella.
Senza questo naso antipatico, questo ovale stupido e allungato ma non abbastanza da risultare aristocratico. È come se la mia faccia avesse intensamente desiderato di venir su bene, ma poi fosse successo qualcosa che ne ha bloccato le buone intenzioni.
Guardo le facce degli altri e mi sembrano tutti più belli di me: non vedo nessuno possedere questa peculiare combinazione di lineamenti irritanti.
Odio molte mie espressioni, sorrido poco e niente perché mi sembra di avere un’aria troppo indifesa. La mia faccia la preferisco quando dormo poco, con lo sguardo febbrilmente impegnato a escogitare qualcosa per tenere a bada la prossima nevrosi o il prossimo ciclo di insonnia, oppure a trovare il modo di mandare all’aria ciò che ho faticosamente costruito.
Stanotte fa caldissimo. Non riesco a prendere sonno, tanto per cambiare, e penso alla mia faccia.
Le palpebre mi pesano, ma ho paura di spegnere la luce perché sicuramente gli occhi mi si spalancheranno in automatico e inizierò a contorcermi sul letto, in diagonale, con quattro cuscini intorno.
Chissà com’è la mia faccia quando finalmente il sonno ha la meglio sulle mie resistenze.