Discorsi di Patafisica #2
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Discorsi di Patafisica #2

La modernità è stata la risultante di spinte diverse, talvolta vicendevolmente irriducibili, comunque antagoniste alla metafisica classica e cristiana. Progressivamente il conflitto implicito tra le forze moderne diede vita a due fronti: l’uno vincente, l’altro costretto ad una condizione di subordine.
In principio è davvero impossibile distinguere tra queste due anime, in principio il moderno ha un suono rotondo di slancio concorde. Era stata rivoluzione l’animarsi di girali vivi nelle cattedrali, era rivoluzione la piega anoma la della mano del Santo nella Predica agli uccelli, quando Giotto ruba aria e volume per incrinare una spazialità, sin lì, vitrea e anaerobica.
 
Poi cambia qualcosa ed emergono percorsi differenti.
Il razionalismo di Brunelleschi, Cartesio, Linneo, dei positivisti e dell’ipermoderno, deve guardarsi dal contrappunto feroce di una corrente subalterna ma non remissiva.
Inconsuete risonanze congiungono Cusano e Spinoza, accendono un differente Illuminismo ed attraversano le avanguardie storiche.
Caratterizza i submoderni una istintiva refrattarietà alla nascente metafisica razionale. Le loro opere possono essere composte come i pezzi del domino, si richiamano reciprocamente perché legate da un comune denominatore: la percezione dello iato tra parole e cose, dell’incommensurabilità del rapporto tra pensiero ed essere. È la capacità di impugnare la geometria contro se stessa, per farne una metafora della coincidenza degli opposti e dell’incommensurabile, ad avvicinare Cusano alla submodernità.
 
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Jarry comprese immediatamente la potenza implicita in quel modo di stravolgere la matematica. Se ne servì, salvo, però, trasformare la teologia negativa in una negazione della teologia. Sembra si diverta a saldare passaggi cusaniani, in cui Dio è posto come un’entità illimitata, con frammenti di Gorgia. Così, sulla scia di Nietzsche, annichilisce la metafisica dell’Essere. Da questo punto di vista ha ragione Deleuze che fa di Jarry un precursore méconnu di Heidegger, ma anche l’irrequieto bretone ebbe un prede cessore trascurato, il più celebre conterraneo di Cusano: Karl Marx.
Marx e Jarry, niente di più distante, eppure da ragazzi li accomunava la stessa passione per Epicuro, per l’imprevedibile guizzo del clinamen, e dal maestro greco avevano derivata la stessa concezione del tempo. Nella Dissertationen l’istante è definito “accidente dell’accidente”, siamo molto vicini all’epifenomeno, l’idea torno cui si verrà costruendo la patafisica.
Prossimità importanti che non ci autorizzano a trasformare Jarry in un comunista inconsapevole. Innanzitutto per una questione caratteriale, credo non potesse sopportare il fare pretesco dei socialisti e meno che mai l’idea di una scientifica previsione dell’happy end.
 

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