Discorsi di Patafisica #4

Alfred Jarry

La borghesia mercantile era riuscita a convivere con il dio del pane e del vino, era riuscita persino a servirsene. Ma la metropoli industriale doveva fare a meno di questa testimonianza della metafisica rurale. La religione combatteva una battaglia perduta da secoli. Nei piani bassi della logosfera continua a popolare l’immaginario delle masse e ad ibridarsi con istanze moderne anche innervando di se il marxismo.

Ma Dio è morto e sopravvive come sopravviveva il mito dell’ Impero nell’immaginario di quei barbari che pure Roma avevano distrutta.

In questa vicenda  Nietzsche ebbe il ruolo di medico legale più che dell’assassino. Si limitò a certificare un decesso. Il garante cartesiano, che gioca a biliardo col mondo per poi disinteressarsene, è già la sapida icona di una divinità morente. Ma quando l’epistema tecnoscientifico ha sua capitale, quando dalla scatola magica di Brunelleschi è emersa Manhattan c’è già pronto un nuovo sistema di controllo cellulare. Un’antica religione si estingue, un’altra è già scesa in campo, potente al punto di non aver bisogno di legittimazione. I grattacieli di Chicago la radio e gli aeroplani hanno lo stesso valore probante di una cattedrale gotica per un contadino della campagna francese, del colonnato di San Pietro per il misero pellegrino.

Cade lo Stato della Chiesa mentre la Costituzione americana conquista l’universalità del diritto di voto senza distinzione di razza. Nietzsche rivoluziona la lettura della classicità, gli illuministi fanno saltare la griglia brunelleschiana, Klein dimostra la validità delle geometrie non euclidee… qualcosa si muove e procede sulle rovine della comune.

La generazione del ’70 quella di Alfred Jarry e Lenin e Roussel deve farsi strada all’interno di un mondo che celebra il suo trionfo in una grottesca parata alla Ensor. gli intellettuali privati del mandato rivoluzionario si aggirano come lupi e tracciano piccoli segnali inquietanti e luminosi.
Sotto la cenere del conformismo repressivo cova la brace di un progetto che Jarry, per primo, seppe intuire e delineare.

Ma chi è questo Carneade di Bretagna? Un anticristo strafatto che a 33 anni, pochi mesi prima di morire, per fuggire i creditori dormiva nella Gare Saint Lazare. Scriveva essenzialmente nei caffè di cui era frequentatore accanito soprattutto nella famigerata ora verde, l’ora dedicata al assenzio. Tra bohemien ed operai parcheggiati ai tavoli attorno Bastille o a Montparnasse, Jarry beveva. E scriveva. prendeva note, faceva disegni per il suo Almanacco di Padre Ubu, preparava un articolo per il Mercure de France e ripensava all’ultimo martedì in casa Mallarmé.

Con la bombetta ed una giacca avrebbe potuto benissimo essere l’uomo ritratto da Degas accanto a una prostituta riversa su un tavolino. Il quadro si chiama assenzio, in qualche misura calza. Persino l’indifferenza nei confronti della donna non stona con il personaggio. Jarry era profondamente misogino, tra le poche donne che rispettò c’era sua madre, Caroline. Ne rispettava il dolore, aveva registrato le umiliazioni che era costretta a subire per le sue tendenze lesbiche, il giudice che Ernest, suo padre, l’aveva costretta ad un matrimonio affrettato ed estremamente modesto con un uomo mediocre. Il matrimonio dura poco. Il rumore che ha scandalizzato la bigotta provincia sarebbe stato presto riproposto dal giovane Alfred nella Capitale.

Genio precocissimo Jarry ebbe, fin da ragazzo, la sensazione di poter fare tutto, anche se non riusciva a pagare l’affitto o farsi ammettere alla Ecole Normale. Il fatto che ne avrebbe mal tollerato la normalità, non alleggeriva il suo rancoroso disprezzo per i borghesi, e allora attaccava dall’alto della sua illuminazione verde, dall’alto del palco in cui vuole aprire il suo sipario per gridare il gigantesco disgusto: Merdre

Alla prima dell’Ubu roy ha 23 anni, e ci pensa prima di chiamarti fuori dalla possibilità di un successo critico e commerciale. Lo dice chiaramente: “sarebbe stato comodo portare al livello del gusto medio del pubblico parigino con le seguenti lievi modifiche: la parola iniziale avrebbe dovuto essere Zut , la scopaccia che non si può nominare un alcova di prostituella, la le uniformi dell’esercito del primo Impero: Ubu avrebbe dato un abbraccio allo Zar e si sarebbero cornificate diverse persone: ma sarebbe stato più sporco”.

Ecco il punto, Ubu dice merdre perché il teatro sia pulito. L’intuizione della portata pubblicitaria dello scandalo non va sopravvalutata. Quegli scandali non porteranno né soldi né fortuna.

Jarry è consapevole della distanza infinita che si è aperta dalle comunità degli artisti d’avanguardia e la massa borghese che ambisce a raggiungere una legittimazione, anche culturale, dei propri privilegi sociali. Come dargli torto, come non sentirsi dalla parte di quest’uomo che è così facile immaginare al suo tavolino di marmo, in trincea davanti ad un bicchiere mezzo vuoto? Alternava assenzio, erba sacra lo chiamava, e alcool puro in un programmatico regolamento dei sensi
Non si direbbe che volesse farti veggente, era tutto talmente chiaro. No, più che altro era una forma di disprezzo, se ne fregava, è tutto. Gli piaceva lasciarsi andare e non trovava ragione per non assecondare quel desiderio.

Ma la coerenza non paga l’affitto, il suo appartamento al 162 del Boulevard Saint-Germain era divenuto troppo caro. Aveva preteso di infilarsi nel centro del mondo, a due passi dal caffè di Huysmans. Quella Parigi erigeva le sue difese e lo allontanava per morosità. Poi c’era la patria da servire, un’altra buona ragione per rinvigorire il suo disprezzo per la Francia revanscista dell’affare Dreyfus.

Cominciano gli anni dei continui traslochi, dei prestiti e dei progetti mancati. Andrè Gide lo inserisce di peso in un suo romanzo, descrivendolo come un uomo traformatosi in maschera. Tagliava le parole in modo particolare, come il suo Ubu in scena, e usava camice di carta su cui gli aveva disegnato un assurdo papillon.  Il ritratto che il doganiere aveva sarcasticamente intitolato Ritratto della signora A J circolava nei salotti da cui rimbalzavano gli echi delle sue discusse imprese.  Si chiacchierava della sera in cui, oramai completamente fuori controllo, sparò un paio di colpi contro uno scultore spagnolo. La polizia si limitò a confiscargli la pistola, grazie alle dichiarazioni più che compiacenti rilasciate da Apollinaire.

Intanto gli editori moltiplicano i rifiuti, la malattia si aggrava e i soldi erano finiti davvero. Eppure aveva dato segni di ripresa. Le ultime lettere sono permeate di un nuovo entusiasmo. Tuttavia l’autunno Parigino doveva essergli letale: moriva il primo novembre del 1907.

Sul letto di morte, ad un amico che lo osservava senza parole, Jarry serenissimo domanda: “Cosa Avete amico mio? vi vedo pallido. Dovreste fare attenzione alla salute”. Se ne andava così un genio, stramaledetto, con l’ultima boutade tra i denti.