Discorsi di Patafisica #1
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Discorsi di Patafisica #1

Il corteo montava come panna verso la Sorbona. La polizia ci spingeva indietro, con metodo. Non era un gioco al massacro, tipo Genova, si sentiva che qualcuno aveva studiato un piano, con una bella piantina: strategia antipanico, via di fuga chiare, distanze di sicurezza. Tutto sommato era una situazione tranquilla, di quelle che ti puoi gustare da turista. Lentamente rifluivano attorno alla rue des écoles, in un sistema di chiuse e vasi comunicanti.

Nel quartier delle grandi scuole, il potere celebra se stesso ed i suoi eroi, i suoi filosofi e scienziati. Nessuna chance di infilare un boulevard Lautréamont o di ritrovarsi in una piazza dedicata a Sade o Artaud o Jarry. Eppure, mi dico passando sotto l’Henri IV, è qui che ha studiato Jarry, qui ha seguito i corsi di Bergson, qui è nata la patafisica.

Intanto imbocchiamo la rue Descartes, e poi siamo spinti in buca: Jussieu, l’università rimasta in mano al movimento. Camminavo tra studenti e casseurs, cercando di capire quello che andavano scrivendo sui muri e in terra, quando mi rendo conto di essere in rue Linné. È proprio in questa piccola via che ha sede la fondazione di Gianfranco Baruchello, un artista che ha inventato opere e sguardi in costante sfida al metodo e alla stessa logica lienniana.

Linneo e Baruchello, l’incontro fortuito di due nomi e la città rivela la sua ombra, come una scintilla. A Parigi succede, non è una cosa facile da definire. Parigi e punto, verrebbe da dire, tanto le parole si strozzano sul collo di una bottiglia troppo stretta. C’è qualcosa di indicibile in questo esplodere del tessuto urbano in un moltiplicarsi di piani. Flusso di parole, quasi palpabili, s’incontrano e lottano e s’intrecciano sino a lasciare sullo sfondo la città di pietra, che resta lì, come residuo di un’operazione mentale, occasione per illuminazioni profane.

“Illuminazione profana”, un ossimoro costruito da Benjamin affinché in esso risonasse la capicità surrealista di sfruttare l’energia liberata dall’incontro di oggetti spaesati. Era questo un dispositivo già messo a punto da Lautréamont, da Duchamp e da Jarry, Breton ne era consapevole e con una grande lucidità ricostruì a partire da questi nomi una sua propria genealogia. Nel secolo dei Lumi amò Sade e nella Rinascenza antepose il  prospettivismo fantastico di Paolo Uccello alla grigli brunelleschiana, quel marchingegno di specchi in cui riconobbe l’embrione della tecnoscienza. È del resto sufficiente comparare il differente atteggiamento che Brunelleschi tenne nei confronti di Cusano in rapporto alla legge del tre – due dati ad assediare una x – per comprendere come già nel ‘400 l’episteme cristiano fosse attraversato da un profondo conflitto. Il pittore distribuisce alberi, case e colli costruendo relazioni precisamente misurabili, mentre il teologo rifiuta di ridurre l’incognito ad un’incognita. Al buio cerca il suo dio, e fruga nelle pieghe di un mondo simile alle eteroclite teorie di bassorilievi che, ancora ai suoi tempi, gli scalpellini andavano disseminando nei portali delle cattedrali. Così a Todi, la città in cui il vescovo ribelle venne a morire, tra girali e scene bibliche si nascondono religiosi in pose oscene. Precoce monumento submoderno celato nel carcere di Jacopone.

Antonio Rocca

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