Betty Davis – Nasty Gal

Betty Davis – Nasty Gal

Lasciavo il Sud
per lanciarmi nell’ignoto […]
io mi portavo una parte del Sud
per trapiantarla in suolo straniero,
per vedere se potesse crescere in modo diverso,
se poteva bere nuove e fresche piogge,
piegarsi sotto venti stranieri,
rispondere al calore di altri soli,
e, forse, fiorire…

Nell’incipit del suo straordinario Al calore di soli lontani – il racconto epico della Grande Migrazione afroamericana, uscito in edizione italiana con la traduzione di Luca Fusari per Il Saggiatore nel 2012, Isabel Wilkerson dà forma organica a una vicenda parzialmente ignorata dalla Storia ufficiale: l’esodo di sei milioni di neri dal Sud segregazionista verso un Nord che sembrava pieno di promesse.

Tra i sei milioni di storie intrecciate all’inverosimile c’è anche quella del padre di Betty Mabry.

Betty nasce nel 1945 a Durham, North Carolina, ma a 12 anni si trasferisce con la famiglia a Pittsburgh, Pennsylvania, dove suo padre inizia a lavorare come operaio nelle acciaierie cittadine. Il signor Mabry è uno dei molti afroamericani che fuggono da un Sud insopportabilmente arretrato e ostinatamente razzista, buttandosi alle spalle i campi e scoprendo il lavoro in fabbrica, il salario fisso, la probabile fine del paternalismo.

Non sarà così per un gran numero di lavoratori neri che troveranno replicato lo stesso ostruzionismo dei luoghi natali, anche se in misura minore, persino in città apparentemente aperte come New York o Chicago. Tuttavia, la radicale scelta di vita di una così imponente massa di persone rimescolerà necessariamente gli equilibri sociali ed economici degli Stati Uniti, in modo definitivo e irreversibile.

La Storia ce l’ha con le donne, e ancor di più se nere, belle e libere. Betty, secondo questi criteri, sarebbe imperdonabile; infatti, la Storia non le ha reso giustizia, provando a confinarla nel prevedibile ruolo di “moglie di Miles Davis”. Betty è una donna schiva e implacabile, musicista geniale e ispiratrice dello stesso Davis. La sua vita lo dimostra costantemente.

A 16 anni Betty lascia Pittsburgh alla volta di New York, per studiare disegno al Fashion Institute of Technology. Personalità e bellezza sono doni piuttosto scomodi, all’inizio degli anni ’60 per una donna afroamericana: Betty, dal corpo proporzionato e tonico come quello di una danzatrice, posa come modella per riviste come Glamour, Seventeen, Ebony, ma, come dichiarerà successivamente, “Non amavo fare la modella, perché non è richiesto cervello per fare quel lavoro. E poi, dura solo finché hai un bell’aspetto.”

Betty, durante il suo soggiorno a New York, assorbe appieno la cultura del Greenwich Village e inizia a frequentare il Cellar, un club che raccoglie avventori giovani e molto alla moda. Il Cellar è un interessante coacervo artistico e multirazziale di modelle, studenti di design, attrici, attori e cantanti, e lì Betty mette dischi e rimorchia.

Proprio a New York nascono le amicizie musicali con Jimi Hendrix e Sly Stone; con Hendrix in particolare il rapporto sarà molto intenso e duraturo.

Sarà il cantante soul e scrittore Lou Courtney a produrre The Cellar, il primo singolo di Betty, dal testo semplice e accattivante che in pochi versi rende l’atmosfera del locale: 

Where you going fellas, so fly?
I’m going to the Cellar, my oh my

What you going to do there
We’re going to boogaloo there.

Il singolo resta confinato tra le mura del Cellar, una specie di jam session a uso e consumo dei frequentatori del locale.

Betty, che a quel tempo è concentrata prevalentemente sulla sua professione di modella, scrive per i Chambers Brothers il singolo Uptown (to Harlem), che comparirà nel loro album The Time Has Come, uscito nel 1967. L’esperienza di scrittura e produzione musicale era in realtà iniziata tre anni prima, con il singolo Get Ready For Betty, caduto però nel dimenticatoio.

Nel 1968 Betty Mabry firma per la Columbia Records e fa uscire un singolo, Live Love And Learn, prodotto dal suo compagno di allora, il trombettista sudafricano Hugh Masekela.

Un anno prima dell’uscita del singolo, Betty si imbatte in Miles Davis.

La musica è il vero interesse di Betty; il lavoro di modella, sebbene in ascesa, non è gratificante, la annoia.

Scrive Stevie Chicks in un pezzo apparso sul Guardian anni fa che Betty Mabry non sa nemmeno che Miles Davis sia un musicista: in realtà, quando lo incrocia per la prima volta al Village, lei e il suo occhio allenato alla moda restano folgorati dalle sue “dapper grey suede shoes”, le eleganti scarpe di camoscio grigio.

Poco prima del 1969 Betty e Miles si sposano.

Anche negli ambienti più culturalmente evoluti, secoli di patriarcato e di diseguaglianza inquinano irreparabilmente i rapporti. Non importa quanto si possa essere realizzati nel proprio lavoro, intelligenti se non addirittura geniali: se un uomo è imbevuto di pregiudizi arcaici, la relazione con la sua donna svilupperà inevitabilmente le stesse identiche dinamiche di sopraffazione e potere.

Generosa e disinteressata, Betty ispira Miles in molti modi nella creazione musicale, fornendogli spunti e suggerimenti.

Miles però è un uomo egocentrico, possessivo e dal temperamento violento. Come molti uomini, purtroppo, la sua visione della relazione pone in secondo piano il rapporto di reciproco arricchimento creativo e intellettuale a favore di un’ottusa ottica predatoria. L’amicizia di lunga data tra Betty e Jimi Hendrix lo ingelosisce in modo paranoico, nonostante Betty si sia lungamente adoperata per una collaborazione tra i due artisti, mai realizzatasi, peraltro, a causa della morte di Hendrix.

I mezzi di comunicazione e l’ambiente artistico, d’altronde, hanno fatto la loro parte insinuando continuamente di una relazione parallela tra Betty e Jimi, oscurando l’immenso valore artistico della musicista e dei suoi progetti artistici. Come avverrà per Amy Winehouse molti anni dopo, sulle copertine solo per i suoi eccessi che nascondevano un’immensa solitudine sulla quale tutti hanno speculato, sembra proprio che non conti quanto una donna sia geniale, in qualsiasi campo: se si ricopre il ruolo di personaggio pubblico, per il “senso comune” conta solo il mantenimento di un certo livello di moralità, naturalmente deciso da altri. Diverso discorso vale per gli uomini, ça va sans dire.

Davis, oltre ad essere geloso di Jimi Hendrix, è preoccupato anche del successo di Betty, poiché teme di essere mollato. Il contributo di Betty Mabry alla musica di Miles Davis è fondamentale, e Miles lo sa fin troppo bene: Bitches Brew (1970) contribuirà a far conoscere e apprezzare Davis anche dal pubblico hippie, normalmente disinteressato al jazz. La profonda conoscenza di Betty dell’avanguardia funk psichedelica della fine degli anni ’60 (Hendrix, appunto, e Sly Stone) farà uscire la musica di Miles Davis da un terreno che sembrava già tracciato per farle acquisire tratti completamente nuovi e imprevedibili.

The Columbia Sessions 1968-1969 include le collaborazioni di Wayne Shorter, John McLaughlin, Mitch Mitchell dei Jimi Hendrix Experience.

A onor del vero, anche Miles incoraggia Betty a creare, ma la maggior parte delle registrazioni hanno visto la luce solo recentemente e comunque si tratta di tracce non memorabili.

La svolta stilistica avviene alla separazione da Miles. A seguito del divorzio, all’inizio degli anni ’70, Betty ottiene di conservare il cognome del marito e, citando di nuovo Stevie Chicks, “sembra che con sé, insieme al cognome, abbia portato anche la famigerata laringe arrochita di Miles”.

Tra il 1973 e il 1975 Betty fa uscire tre album, che segnano l’acquisizione dello stile e del linguaggio definitivi: Betty Davis, They Say I’m Different, Nasty Gal sono, ancora oggi, sesso allo stato puro. Spesso il funk contrabbandato a uso e consumo dei bianchi è una roba ripetitiva buona per festicciole innocenti: il funk di Betty Davis è vero, sporco, potente, erotico; la sua voce carta vetrata.“Volevo che la mia musica fosse presa sul serio. Non intendevo trasformarmi in una Yoko Ono o in una Linda MCCartney.”

La musica di Betty Davis è molto in anticipo sui tempi; i suoi testi espliciti sarebbero degni dell’hip-hop contemporaneo; la sua ironia, del miglior Blues. Al confronto con Betty, Janis Joplin è un’educanda. La differenza tra Betty Davis e altre musiciste a lei contemporanee, anche le più coraggiose, sta nel totale disincanto dei testi: Betty bada al sodo, se le piace uno se lo prende; se una situazione le va, ci si butta.

Non esiste struggimento, non esiste solitudine o attesa: esiste la lotta, l’attimo, la vita di notte.

Nel pezzo I’m in Luck I Might Get Picked Up Betty fin dall’inizio dichiara: I’m fishin’ trick, and you can call it what you want.

In You Won’t See Me in the Morning, avverte il suo amante di una notte che se ne andrà prima che il sole sia alto, if you don’t do it do it to me right.

In He Was a Big Freak, parla di un rapporto sadomaso, che nell’opinione di molti potrebbe contenere un riferimento alla sua relazione con Miles Davis:

I’d get him off with my turquoise chain
I used to whip him, I used to beat him,
Oh, he used to dig it.

La musica di Betty, secondo la lapidaria definizione di Jessica Hundley in un articolo sul blog Dazed, è “fatta per scopare, da una che ama scopare”.

Nell’album Nasty Gal c’è un brano, Dedicated To The Press, che si scaglia giustamente contro l’ipocrisia della stampa che la recensisce esclusivamente per le sue liriche esplicite e non per il geniale giro di basso che rende questo pezzo uno tra i suoi migliori di sempre. D’altra parte, si tratta della stessa stampa (e dei medesimi ipocriti) che, come si scriveva più sopra, non batte ciglio quando i maschi del funk sbandierano ai quattro venti la loro sessualità. E non è che le organizzazioni afroamericane per i diritti civili si comportino meglio, anzi: di fronte al bigottismo di un esponente del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) che pretendeva la censura radiofonica di un brano di Betty, lei risponde, sarcastica e velenosa, giocando sul concetto di advancement (progresso): “sono nera, e state bloccando il mio progresso!”

La produzione musicale di Betty Davis è tutta giocata sulla falsariga del sesso, dell’ironia, del sarcasmo; prima di lei, solo Bessie Smith aveva dimostrato una tale, straripante personalità. L’unico brano introspettivo del suo repertorio, sebbene immancabilmente venato di accenti erotici, è Anti Love Song, raro esempio di ammissione di vulnerabilità. Di facili equivoci secondo cui gli artisti più aggressivi siano dei monoliti è pieno il mondo della musica e non solo: l’aggressività nasce quasi sempre da una sensibilità e una lucidità ben superiori alla media, che i mezzi di comunicazione si guardano bene dal valorizzare a favore di un’immagine stereotipata e di pronto consumo, a favore del pubblico più babbeo.

Come tutti gli artisti davvero coraggiosi, conosce ad un certo punto uno stop nella sua carriera: la Island Records, etichetta con cui ha firmato per l’uscita dei suoi dischi, si rifiuta di pubblicare il quarto album, ritenendo forse l’artista troppo sopra le righe. Betty Davis, con la coerenza che la contraddistingue, si ritira dall’ambiente musicale, tornando a Pittsburgh e perdendo qualsiasi interesse nella prosecuzione della propria carriera.

Betty adesso ha 72 anni. Continua ad essere una affascinante e schiva signora, che ha concesso pochissime interviste. Una di esse, bella ed approfondita, si è svolta tra lei e J. Hayes, scrittore e giornalista musicale, per la rivista No Depression – The Journal of Roots Music nel 2010.

Nell’autunno 2017 uscirà il film documentario Nasty Gal, dedicato alla vita e alla carriera di questa straordinaria artista.

La musica e la personalità di Betty Davis hanno avuto una benefica e seminale influenza su grandi artiste e produttrici contemporanee come Erikah Badu e Missy Elliott, ma nessuna di esse è mai riuscita a spingersi così oltre.

“Sono molto aggressiva sul palco, e agli uomini di solito le donne aggressive non piacciono. Amano quelle tendenzialmente sottomesse, o che fingono di esserlo.”

I’m gonna run it down to y’all
Tell them anything you wanna now
I ain’t nothin but a nasty gal now hey hey
I said you said I was a bitch now
Didn’t ya didn’t ya
You said I was a witch now
I’m gonna tell them why
I’m gonna tell
them why

Betty Davis, Nasty Gal