La rivincita dei timidi: Alan Vega, Martin Rev e la genesi dei Suicide

Sai tipo il big bang? C’erano tutti questi gas che si fusero con le galassie e le stelle.
Questo è quello che è accaduto con i Suicide:

questo caos, come l’universo, venne fuori dalla sostanza gassosa.
Ci fu un big bang e Marty e io ci siamo fusi in questa cosa unica.

Alan Vega
da Dream Baby Dream: Suicide, la storia della band che sconvolse New York City, Kris Needs

L’esistenza delle persone prende strade contorte e vertiginose: ogni singolo individuo è costruito con movimenti ciechi da intrecci di sangue combinati con la Storia.
Se lo zar antisemita Alessandro III non avesse scatenato l’ennesimo pogrom contro le popolazioni ebraiche in terra di Russia alla fine del XIX secolo, probabilmente i genitori di Alan Bermowitz, il futuro Alan Vega fondatore dei Suicide con Martin Rev, le cui radici affondavano anch’esse nell’Europa dell’Est, non sarebbero mai approdati in America attraverso la porta obbligata della Great Hall di Ellis Island, New York City.

L’ingresso negli USA, dopo la tappa obbligata a Ellis Island insieme a centinaia di migliaia di emigranti che fuggono dall’Europa per i motivi più gravi e disparati, è il Lower East Side di New York.
Ai giorni nostri questo quartiere è un posto molto alla moda, con affitti altissimi; all’epoca dell’arrivo degli immigrati dal sud e dall’est Europa, il LES era una specie di alveare umano. In condizioni di povertà assoluta vivevano accatastati uno sull’altro gli ultimi arrivati, preda di speculatori immobiliari senza scrupoli che affittavano topaie innominabili a più famiglie contemporaneamente e di procacciatori di lavoro a basso costo che elargivano paghe da fame a uomini che, in ogni caso, preferivano restare vivi in quelle condizioni piuttosto che morire nei propri Paesi d’origine.
Il Lower East Side è un luogo fondamentale per lo sviluppo della cultura alternativa newyorchese lungo gran parte del ‘900. Nella sua autobiografia, Harley Flanagan dei Cro Mags, band storica del movimento punk hardcore di NYC, ricorda come ancora negli anni ‘70/80 il quartiere fosse pieno di palazzi fatiscenti e spettrali che venivano regolarmente occupati da punk, skinhead, clochard, tossici, gente ai margini. Inevitabilmente, un luogo così non può che costituire un potenziale di creatività dirompente e diversa da qualsiasi altra forma artistica vista prima.

Alan Vega è figlio di questo ambiente: suo padre, immigrato di prima generazione, aveva raggiunto uno stato di benessere economico svolgendo la ricercata professione di incastonatore di pietre preziose, senza dimenticare le sue radici proletarie. Questa consapevolezza di classe trasmetterà a Alan una serie di solidi valori che lo accompagneranno nella vita e nell’arte.
Martin Rev, nato Reverby, anch’egli originario del Lower East Side, proviene da una storia familiare piuttosto simile: i suoi genitori, oltre ad aver anch’essi raggiunto una buona posizione socio-economica, hanno anche sviluppato una notevole consapevolezza politica.
La biblioteca dei signori Reverby è piena di testi di impegno civile e politico, saggi scritti nel periodo della Grande Depressione che descrivono le condizioni reali degli americani in quella fase storica. I genitori di Martin sono molto aperti al dialogo, e svilupperanno nel giovane una propensione all’impegno e una forte sensibilità alla questione dell’integrazione razziale, che dalla metà degli anni ’50 irromperà nel dibattito politico e civile degli USA con una forza tale da non poter più essere ignorata.

New York subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale è in pieno fermento: di lì a poco esploderanno in successione una serie di avanguardie artistiche che segneranno per sempre l’identità della città e la cultura occidentale: Martin e Alan le vivranno tutte, e tutte concorreranno a formare il loro progetto musicale.
Entrambi i membri dei futuri Suicide incontrano la musica attraverso il be-bop e il cool jazz. Mentre Alan intraprende studi dapprima scientifici poi artistici che lo condurranno alla scultura, Martin si dedica da subito allo studio del pianoforte jazz attraverso un maestro severo ma eccezionale che influenzerà per sempre il suo approccio alla musica: Lennie Tristano. Compositore geniale e schivo, di fondamentale importanza per i musicisti a venire, Lennie – di origine italiana – è non vedente a causa di una malattia, ma la sua disabilità non gli impedisce di diventare un docente dal metodo innovativo e personale.
Martin Rev, riservato e rigoroso come il suo maestro, è un frequentatore maniacale di oscuri locali jazz, bettole gestite da impresari che scritturano gente come Charlie Parker e – soprattutto – Thelonious Monk.
Come tutti i timidi, Martin è inesorabilmente attratto da figure estreme di artisti; Monk, pianista inarrivabile, soffre di un disturbo bipolare della personalità che ne condizionerà l’esistenza.

In tempi di segregazione (e New York, sebbene presentasse molti lati oscuri, era di gran lunga la città più accogliente d’America) l’incidenza di malattie psichiatriche e organiche tra la popolazione nera era piuttosto alta; non c’è da stupirsene, viste le condizioni di deprivazione spesso totale in cui i black versavano a quei tempi, soprattutto nelle aree rurali del Sud.
Monk, come tutti gli altri musicisti neri della sua epoca, ha dovuto faticare dieci volte tanto i bianchi per imporre il suo talento, e nel suo caso la malattia psichiatrica è stata davvero invalidante.
L’affascinante, silenziosa, introversa figura di Martin Rev trova il suo contraltare in una donna, Mari Montgomery, incontrata nel 1967 e diventata la sua compagna d’arte e di vita.
L’introversione, si sa, conduce inevitabilmente alla testardaggine: l’introverso passa così tanto tempo a elaborare una propria visione del mondo, che ogni aspetto della sua vita deve necessariamente essere scevro da compromessi. L’introverso basa la propria esistenza su una continua ricerca di ciò che possa appagare la sua urgenza di perfezione che non si ferma finché non l’ha trovato, anche se ci impiega una vita intera. Il mondo dei sentimenti non si sottrae a questa ricerca. La storia d’amore tra Martin e Mari è la storia di due anime talmente affini il cui incontro è inevitabile. Quando un introverso si innamora, manifesta la profondità del suo sentimento attraverso l’osservazione di piccoli dettagli, che a chiunque altro potrebbero sembrare insignificanti ma che, nel suo mondo, rivestono un’importanza fondamentale.

Nel bel Dream Baby Dream: Suicide, la storia della band che sconvolse New York City (Goodfellas), l’autore Kris Needs riporta una riflessione di Martin, che spiega perfettamente questo approccio all’amore.
Martin, attraverso alcune ricerche, scopre che Mari e lui sono nati in due ospedali a breve distanza l’uno dall’altro, ma Mari è nata undici anni prima di lui: “fu una rivelazione! Quando nacqui, Mari era già lì.”
Queste parole bastano da sole a comprendere la profondità assoluta del sentimento e della dedizione che Martin ha per Mari, proprio attraverso un particolare apparentemente secondario, in realtà fondamentale nella visione introversa dell’amore.
Mari Montgomery è figlia di una donna bianca e di un uomo afroamericano e quando incontra Martin ha già due figli; con lui ne avrà altri due. Mari ha una personalità di artista completa: scrittrice, ha lavorato per la celebre compagnia d’avanguardia Living Theatre di Judith Malina e Julian Beck, ha studiato pianoforte come Martin e dal suo compagno viene costantemente incoraggiata in ogni campo artistico, costituendo la metà di una coppia nella quale la creatività dell’uno alimenta quella dell’altra.
L’amore di Martin per Mari durerà inalterato fino alla morte di lei nel 2008, anno in cui il compagno le dedicherà l’album Stigmata, un disco dall’immaginario fortemente permeato di spiritualità, con molti brani dai titoli in latino.

L’evoluzione della musica black regala al mondo il rock‘n’roll: che potenza deve aver avuto, per i ragazzi della metà degli anni ’50, accendere la radio e ascoltare un suono selvaggio e gonfio di vita come deve essere stato il rock’n’roll alla sua nascita. Qualsiasi racconto su questa folgorazione si riempie inevitabilmente di stupore e malinconia, e nessuna narrazione forse può offrire parole sufficientemente efficaci a descrivere quel momento.
Gli anni ’60 a New York trascorrono, dopo la nascita del rock’n’roll, in modo esaltante: Alan e Martin, ognuno per la propria strada, si imbattono nella Factory di Andy Warhol e negli altri movimenti artistici che caratterizzeranno la vita della metropoli per tutta la seconda metà del ‘900 e tutte le circostanze concorrono nell’avvicinarli, attraverso oscuri e imperscrutabili sentieri.

Mentre Martin coltiva la sua passione per il doo wop e il jazz, una notte del 1969 Alan, su suggerimento di un amico, ascolta sulla stazione radio WNEW un pezzo mai sentito prima.
Il pezzo si intitola I Wanna Be Your Dog, ed è contenuto nell’album di debutto di un’oscura band di Detroit supporter degli storici concittadini MC5: la band si chiama The Stooges, e il disco d’esordio pure.
All’ascoltatore contemporaneo, I Wanna Be Your Dog fa il seguente effetto: suonata a un volume appena appena decente, già fa venir voglia di spaccare qualsiasi cosa appaia nel campo visivo. A un ascoltatore di quasi cinquant’anni fa, quello deve essere sembrato il suono dell’aldilà.
Gli Stooges sono il contraltare nichilista e disperato all’impegno politico degli MC5; il loro disco d’esordio è punk anni prima del punk, e tutte le band nate dopo saranno debitrici a questo gruppo, la cui influenza ancora oggi è inalterata.
La sera seguente a quell’ascolto rivelatore, Alan va a vedere gli Stooges dal vivo, che aprono per gli MC5 a New York. Se il solo ascolto di I Wanna Be Your Dog aveva provocato in Alan una reazione di incredulità totale (“Che cazzo è?”, sembra abbia ripetuto continuamente mentre il pezzo passava in radio), vedere Iggy Pop esibirsi è qualcosa che va oltre l’immaginabile.
Questo tizio dal corpo nervoso e tiratissimo che si contorce, si taglia e si butta sulla gente è la prova che qualcosa, da quel momento, cambierà per sempre nel rapporto tra una band e il suo pubblico: la performance artistica annulla le distanze, il palco scompare e la relazione diventa fisica. La band è pronta a divorare e farsi divorare dal suo pubblico.
L’esibizione che segue, quella degli MC5, è grandiosa ma sembra ormai fuori tempo.

alan vega

Nel 1970, circa un anno dopo l’esordio degli Stooges con l’album omonimo e la folgorazione live, Alan Vega e Martin Rev mettono in piedi il loro primo live al Project of Living Artists, presentato come PUNK MUSIC BY SUICIDE. Alan, infatti, conosce Marty proprio al Project, perché vi lavora da un po’ di tempo come custode.
Alan e Martin sono due timidi. Pensare di salire su un palco rasenta la follia per una natura come la loro. I timidi, tuttavia, sono creature ostinate e sorprendenti e sono anche in grado di inventare e veicolare il punk quasi dieci anni prima che nasca ufficialmente.
New York all’inizio degli anni ’70 è una città sull’orlo del fallimento e con intere zone in mano alle gang di strada, ma questa disperazione permette, come già accennato all’inizio di questo scritto, una vitalità irripetibile. I primi anni ’70 sono il regno del glamour stradaiolo e straccione dei New York Dolls, band geniale e sfortunata, del Max’s Kansas City regno della cricca di Warhol e preludono alla nascita del luogo punk per eccellenza, il CBGB, locale in cui si esibiranno tutti: Patti Smith, Television, Ramones, Blondie, Sex Pistols solo per ricordarne alcuni.

I Suicide, pur calcando una scena così selvaggia e innovativa, sono talmente avanti da non essere compresi. Ai tempi del loro esordio, sono considerati una band “svuota locale” e infatti le loro performance vengono programmate alla fine della serata, quando gli ultimi avventori se ne stanno per andare.
Neanche il potenziale dinamitardo del duo viene compreso nell’immediato; silenziosamente e implacabilmente, tuttavia, Alan e Marty alzano l’asticella del malessere. Alan inizia a tagliarsi con una lametta durante gli show, mentre nell’aria esplode una musica claustrofobica, densa di ansia e di elettronica riverberante. Senza scomporsi mai, Alan e Marty cospargono il tutto di una beffarda ironia e di una grande sicurezza nei propri mezzi: chi è in grado di comprendere questo, ha compreso i Suicide.

Dotati di un fascino totalmente alieno rispetto ai concittadini e contemporanei Velvet Underground, i Suicide possiedono una sorta di eleganza angosciosa, sotto la cui apparenza fredda e scura si agita una fiamma incontrollabile di passione.
La discografia in calce al presente pezzo è un invito ad ascoltare la musica inafferrabile di questo duo, con influenze che spaziano dal doo wop al rockabilly (i Suicide hanno fatto parte dello stesso giro dei Cramps), al drone e all’elettronica tedesca, che Alan considera una delle sue influenze principali.

Il brano che forse più di ogni altro rappresenta l’essenza dei Suicide sotto tutti i punti di vista, anche quello della consapevolezza di classe, è Frankie Teardrop, uscito nel 1977 in Suicide, il primo album del duo, dalla celebre copertina che ritrae del sangue copiosamente gocciolante dal logo del gruppo.
Il testo di questo pezzo, dal cantato ruvido e disseminato di urla, è ispirato a un fatto di cronaca che, alla luce dell’attuale situazione, potrebbe davvero essere definito senza tempo: un operaio perde il lavoro, preso dalla disperazione stermina la propria famiglia e infine si suicida. “Molti di loro cercano solo di sopravvivere. Ecco di cosa parla ‘Frankie’. È un autoritratto, di tutti. ‘We’re all Frankies, all lying in hell”.
Tutti noi siamo Frankie, e tutti giaciamo all’inferno.

Frankie Teardrop
Twenty year old Frankie
He’s married he’s got a kid
And he’s working in a factory

He’s working from seven to five
He’s just trying to survive
Well let’s hear it for Frankie
Frankie Frankie

Well Frankie can’t make it
Coz things are just too hard
Frankie can’t make enough money
Frankie can’t buy enough food

And Frankie’s getting evicted
Oh let’s hear it for Frankie
Oh Frankie Frankie
Oh Frankie Frankie

Frankie is so desperate
He’s gonna kill his wife and kids
Frankie’s gonna kill his kid
Frankie picked up a gun

Pointed at the six month old in the crib
Oh Frankie

Frankie looked at his wife

Shot her

“Oh what have I done?”
Let’s hear it for Frankie

Frankie Teardrop
Frankie put the gun to his head

Frankie’s dead

Frankie’s lying in hell

We’re all Frankies
We’re all lying in hell

Lo schivo e intransigente Alan Vega muore serenamente, nel sonno, il 16 luglio 2016, dopo una vita trascorsa a creare letteralmente ciò che voleva.
Henry Rollins, sul suo sito, dà l’annuncio della sua fine pubblicando un messaggio della famiglia di Alan.

Nota: i Suicide hanno avuto un’attività artistica molto intermittente, e i loro album sono spesso usciti a grande distanza l’uno dall’altro.


DISCOGRAFIA

Album in studio
1977 – Suicide
1980 – Suicide: Alan Vega and Martin Rev
1988 – A Way of Life
1992 – Why Be Blue
2002 – American Supreme

Album dal vivo
1978 – 21½ Minutes in Berlin/23 Minutes in Brussels
1981 – Half Alive (Con note di Lester Bangs, che recensì i Suicide molto efficacemente al loro debutto).
1986 – Ghost Riders
1997 – Zero Hour
2004 – Attempted: Live at Max’s Kansas City 1980
2008 – Live 1977-1978—un cofanetto di 6 CD con 13 performance dal vivo da settembre 1977 ad agosto 1978

EP
1978 – 23 Minutes Over Brussels
1998 – 22/1/98 – Reinventing America

Singoli
1978 – “Cheree” / “I Remember”
1979 – “Dream Baby Dream” / “Radiation”
BIBLIOGRAFIA:
Kris Needs, Dream Baby Dream: Suicide, la storia della band che sconvolse New York City, Goodfellas 2016 (Dream Baby Dream: Suicide, a New York story, Omnibus Press 2015 )
Harley Flanagan, La mia vita hard-core / punk, skin e altre storie di New York City, Goodfellas 2016 (Hard-Core / Life Of My Own, Feral House 2016)